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L'IMPORTANZA DI CHIAMARLO ERNESTO
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Un aspetto che si è soliti trascurare nella costruzione del personaggio è la sua ‘nominazione’ (o nomenclatura), vale a dire la scelta del nome e cognome.

Capita di leggere in romanzi anche importanti, sia della letteratura moderna che classica (ma è antipatico qui fare degli esempi), nomi insipidi, privi di fascino e carisma, che renderebbero di per sé sciatto il relativo personaggio se lo stesso non fosse stato calato dall’Autore in una trama robusta con una prosa pregevole.

Nonostante ciò il nome scialbo rimane come una macchia da ‘peccato originale’ a ricordo imperituro della iniziale scelta erronea, sicché dispiace ancora di più quando addirittura si tratta di un libro di formazione.

Il nome del protagonista è dunque un fattore rilevante, non solo perché ‘nomen est omen’ (Plauto ha giustamente detto che il nome già contiene un presagio di vita), ma anche perché è ciò che rappresenta il personaggio nella sua estrema sinteticità.

Il nome precede infatti il protagonista nella sua azione, lo cristallizza, lo propone a tutti gli altri personaggi e soprattutto, per quel che più conta, lo fa ‘stare davanti’ al lettore. Un nome fiacco, senza mordente (a meno che non sia un modo voluto per contraddistinguere in negativo il personaggio) lo penalizza in partenza indebolendolo.

Un nome accattivante contribuisce per contro a tracciarlo nella sua essenzialità, a delinearlo nella sua ontologica introspezione, a farlo ‘entrare nella storia’, accendendogli addosso sin dalle prime battute una luce discreta o potente a seconda dei casi. La nominazione dunque è un aspetto fondante la caratterizzazione del personaggio, un modo per dire a tutti chi il soggetto sia, prima ancora di mettergli in bocca una qualsivoglia parola o di iniziare a
descriverlo.

Il personaggio può avere nella trama solo il nome (o anche solo il soprannome: chi non ricorda il ‘Rosso Malpelo’ di Verga o il ‘Griso’ manzoniano?) o unicamente il cognome o avere, come più spesso accade, entrambi. Se il personaggio porta esclusivamente il nome o il cognome occorre una cura maggiore per la scelta della generalità stante l’unicità di indicazione.

È sempre meglio privilegiare cognomi corti, significativi, emblematici (Peter Pan, Tom Sawyer, Rhett Butler, Dorian Gray, James Bond). Puoi affidarti a un cognome che esista davvero (che è spesso la soluzione migliore, vista l’estrema varietà dei cognomi italiani e stranieri e il vantaggio di conferire in questo modo autenticità alla tua scelta).

Ma puoi anche inventarlo se il nome ha un forte impatto immaginifico (il ‘Drogo’ di Buzzati, l’’Holden’ di Salinger) o alterare cognomi veri (il personaggio Montalbano di Camilleri è stato ‘tratto’ dal cognome dello scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán) o prendere a prestito il nome da cose, animali, persone (sono tanti gli esempi celebri: Biancaneve, Pinocchio, Brancaleone, Robin Hood…) Ricorda però che spesso i nomi famosi sono
tratti da nomi comuni (‘pan’ vuol dire padella, ‘potter’ vasaio, ‘holmes’ golene, ‘hood’ cappuccio…) senza dover cercare troppo lontano.

Può capitare a volte di sentire per caso un cognome interessante, cui magari associ certe immagini o
azioni o mestieri o che sono comunque suggestivi: annotatelo da qualche parte, finirà per esserti
sicuramente utile. Fai anche attenzione alla composizione sillabica. Ogni nome ha un proprio suono evocativo che gli assegna un equilibrio interiore scandendone il ritmo come un orologio: non si avverte nell’immediatezza, ma c’è.

Alcune sillabe esprimono foneticamente dolcezza (il ‘Brown’ di Chesterton e di Schultz), altre durezza o malvagità (il ‘Franti’ di De Amicis o lo ‘Scrooge’ di Dickens) altre ancora ‘suonano’ ambiguità (il ‘Fagin’ ancora di Dickens) o addirittura magia (il ‘Gandalf’ di Tolkien). Suggerisco di dare un’occhiata ai valori fonetici delle consonanti (occlusive, vibranti, nasali…) e dei fonemi in generale.

Nell’ipotesi di utilizzo sia del nome che del cognome si presenta invece il problema del bilanciamento tra i due termini. Non possono essere considerati come due valori assoluti, nel senso che l’uno possa stare senza l’altro.

Se le due generalità nascono insieme individuando un solo personaggio la valenza complessiva resta sempre unica e come tale va trattata. Vanno pertanto evitate tra i due termini cacofonie indesiderate (come in ‘Pietro Trito’), allitterazioni involontarie (‘Lolita Lolli’), incontri di vocali sgradevoli (‘Ettore Eusebi’) o abbinamenti comici, salvo che non si voglia raggiungere proprio questo scopo (‘Margherita Pizza’, ‘Salvo Sono’).

Quello che più importa è che non solo ci sia alla base della scelta il buon gusto, ma anche e soprattutto
che il nome risulti in armonia con il personaggio, con la personalità da lui espressa e nel ruolo da quello svolto. La scelta va effettuata senza fretta: non è infatti indispensabile sapere immediatamente come si chiama il tuo protagonista per poter scrivere il testo. Conviene riservarsi anzi la nominazione come attività ultimativa alla creazione del personaggio o addirittura al termine dell’intero lavoro (almeno dopo la prima bozza) proprio per quella capacità di pregnanza e di essenza concentrata di cui si parlava prima. Sarà la
trama, il tuo stesso lavoro, a suggerire il nome migliore.

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(ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2008)


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