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PUNTEGGIATURA? PARLIAMONE
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Se c’è una parte della scrittura particolarmente bistrattata da tutti (una specie di terra di nessuno) questa è senza dubbio la punteggiatura.

Ciò avviene principalmente per due ordini di motivi: una culturale e l’altra di metodo. Quella culturale è che la punteggiatura è comunemente percepita come non particolarmente
rilevante rispetto al contenuto. I segni vengono collocati senza particolare attenzione, un po’ qua e un po’ là, perché ‘tanto si capisce…’, stando attenti forse alle pause più evidenti, a quelle cioè che si farebbero se il testo venisse letto a qualcuno, ma niente di più. Da qui un sovrabbondante uso (spesso fuori luogo) di virgole, di puntini di sospensione, di punti esclamativi deprimendo la varietà dei segni di interpunzione e svilendone la vera funzione.

Il secondo motivo è invece metodologico o meglio di assenza di metodo: la punteggiatura (come del resto la accentazione delle parole) non si insegna a scuola o se ne parla di sfuggita, giusto per poter sostenere che se ne è trattato, ma comunque di fretta e solo per passare ad argomenti ‘più seri’.

Così si finisce per saper tutto (o quasi tutto) sulla poetica della Cavallina storna o sulla legge del trisillabismo nel greco antico ma nulla sulla interpunzione, sulla sua storia, sulla sua evoluzione nella nostra letteratura, sulle differenze tonali (salienza valoriale) dei diversi segni, sulle loro appoggiature espressive, sull’uso che ne hanno fatto e ne fanno i grandi autori.

Si viene inoltre a ignorare che la punteggiatura ha in realtà quantomeno una duplice valenza: serve infatti per consegnare personalità al testo valorizzandolo, ma anche per costituire una valida guida in fase di lettura.

Sotto il primo profilo la punteggiatura è un elemento imprescindibile dello stile di scrittura, un aspetto formale che ci parla dell’autore, del suo modo di pensare e porgere la parola, di canalizzarla nel flusso del racconto. È uno strumento flessibile e raffinato per costruire le frasi, gli effetti interni ai periodi, i chiaroscuri, per orchestrare i colpi di scena.

Possono così essere predisposte pause, preparati silenzi, impresse accelerazioni di ritmo e imposti arresti improvvisi, ma vengono anche intessute armonie, architettate contrazioni e dilatazioni del tempo narrativo, stese le linee sottili per i più piani di lettura.

Ma la punteggiatura, come dicevo prima, è utile anche a chi legge; il lettore grazie a essa viene instradato sui binari voluti, non solo per poter ‘respirare’ tra un periodo e l’altro, ma anche per poter virare agevolmente tra i significati espressi e impliciti, per aver modo di pensare e riflettere su ciò che legge, oltre che per comprendere a fondo il testo nel processo di interiorizzazione dello scritto.

La punteggiatura, in fase di scrittura, ancorché appartenga alla fase di rifinitura del testo, proprio perché parte viva del narrato, deve essere allora corretta e conforme al proprio stile oltre che posizionata nel rispetto delle regole, per lo meno di quelle di base. O meglio, qui più che altrove, poiché la scrittura e figlia della creatività, deve valere il principio, impara bene le regole e poi infrangile.

Ciò che è importante è che la trasgressione, l’uso persino spericolato o disinvolto dei segni di interpunzione, sia un effetto voluto e non frutto del caso perché fatalmente, prima o poi, il lettore se ne accorgerà per le incongruenze non giustificate che verranno palesate.

In ogni caso la punteggiatura dovrà essere leggera, morbida, ancor meglio invisibile nel senso che deve essere così rispettosa del ritmo della frase da ‘dover essere’ lì e in nessun’altra parte, così ‘presente’ da smettere di esserlo. Chi legge deve scorrere sul testo con naturalezza come fosse stato il lettore stesso ad aver sistemato in quel modo le parole o le sentisse suggerite dentro all’orecchio; non deve disorientarsi o incepparsi nella lettura e men che meno cadere in un equivoco di senso o in un vuoto interpretativo.

La punteggiatura è dunque un potente e prezioso mediatore subliminale a disposizione dell’autore per dosare gli ingredienti della sua strategia drammaturgica onde renderla più efficace. E questo potenziale non va mai sottovalutato a meno di non chiamarsi Joyce o Saramago.

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(ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2008)


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