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Da
ultimo mi occuperò del punto.
Come si è visto, a proposito della virgola, il punto è
il secondo segno di interpunzione più usato in assoluto sia perché
ha una sua sfera di competenza ben precisa (‘ferma’ la frase,
dandole un senso compiuto) sia perché negli ultimi anni ha accresciuto
la sua sfera di utilità. Ha infatti eroso i campi di influenza
propri non solo del punto e virgola, che da qualche tempo non si sa
più quando usare (sulla questione si veda l’articolo su
questo specifico segno) ma anche del due punti.
Ne deriva, a volte anche al di là delle reali intenzioni dell’autore,
una scrittura sincopata, a singhiozzo, con respiri cortissimi che non
sempre ‘fanno’ una buona prosa.
Il punto (quando non è usato ovviamente nelle parole abbreviate)
ha, come si è anticipato, il delicato compito di ‘creare’
il periodo, di dargli struttura finita. Fino a quando si usano gli altri
segni di interpunzione (con eccezione dei punti esclamativo e interrogativo)
il flusso del dire rimane aperto, il lettore è ancora in ascolto
e attende che lo scritto prosegua per completarsi.
Con il punto si assegna dignità consuntiva alle parole già
scritte, cristallizzandole in una sorta di finitezza, tanto che il lettore
può abbozzare un primo giudizio, pur se parziale in vista dell’ultimo
punto. Dopo questo segno il dire ricomincia con un altro segmento narrativo,
che, sebbene legato in qualche modo a quello precedente secondo un ordine
voluto, ha in sé il germe della rigenerazione, dell’innovazione,
come testimoniato dal fatto che la prima parola della nuova frase deve
avere la lettera maiuscola, fatto questo che è di per sé
un segnale di rinnovamento, di novità rispetto a ciò che
ha preceduto.
Una distinzione importante che va poi fatta a proposito del punto è
senza dubbio quella tra il punto ‘a capo’ e quello apposto
sulla stessa riga. Mentre in quest’ultimo caso la frase si arresta,
ma aspetta di ripartire, perché l’argomento trattato è
lo stesso, nel punto e a capo la pausa è più lunga e rappresenta
una cesura tra argomenti dissimili tra loro, facendo registrare un vero
e proprio salto narrativo più o meno marcato, simile a quello
che lo sguardo deve fare per cercare nella riga sottostante, verso il
margine sinistro, la ‘radice’ dove il testo riprende.
Il punto fermo inoltre è un segno sia di scrittura che di lettura
a testimonianza della ‘pienezza’ delle sue funzioni. La
letteratura è in fondo un viaggio scandito da punti, da uno all’altro
fino a quando non si incontra quello definitivo (una specie di metafora
della vita). In mezzo ci sono parole e altri segni convenzionali che
tengono insieme la fascinazione del raccontare (o del vivere).
‘Imparentati’ con il punto fermo sono i puntini di sospensione
(cui va tutta la mia simpatia nonostante siano tanto osteggiati dai
‘puristi’) esprimendo una pausa altrettanto lunga facendo
in ciò compagnia al punto esclamativo e quello interrogativo,
come si è detto; tuttavia i puntini, rispetto al punto fermo,
hanno in sé qualcosa di misterioso, di detto e non detto, di
sfumato, di mascherato che apre a diverse interpretazioni. Ciò
che non è stato reso palese nella frase potrà esserlo
di lì a poco o alla fine del racconto o addirittura mai.
È un’aspettativa aperta sull’incertezza del suo disvelamento
sempre possibile, in qualunque momento. Alla rarefazione del narrato
il lettore potrà reagire predisponendo un ventaglio di congetture
circa le intenzioni non espresse dell’autore, elucubrando sulle
allusioni e
sulle congetture.
Vi è dunque un’attesa come per il due punti; ma mentre
in quest’ultimo caso la promessa viene prontamente mantenuta nel
prosieguo della frase, nei puntini di sospensione si perde tra le righe,
come acqua nella sabbia.
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BRICIOLANELLATTE © - 2010
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