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La
scelta dello strumento di scrittura non è di poco conto, così
come si potrebbe pensare.
Certo, c’è chi non potrebbe scrivere se non a penna oppure
solo con l’adorata macchina da scrivere o, ancora, unicamente
con il suo computer multitasking, pronti a disprezzare (per non essere
capace di abbracciare altre alternative) e a rifiutare con sdegno qualsiasi
altro strumento diverso da quello prescelto. E c’è anche
chi scrive con strumenti scomodi, come la tastiera di un palm o addirittura
di un cellulare, ma la domanda rimane utile per chi non ha un rapporto
esclusivo con un dato mezzo e debba scegliere quale sia per lui il più
congeniale.
Il criterio guida cui attenersi è a mio avviso quello secondo
cui uno strumento è ‘adatto’ al proprio passo di
scrittura quando diventa ‘invisibile’, vale a dire quando
c’è, ma è come se non ci fosse. Nel senso che deve
essere tale da poter da una parte potenziare la creatività dell’autore
e dall’altra non essere di ostacolo al fluire della sua scrittura.
Quando il mezzo rende il lavoro più difficoltoso, confuso, rallentando
il passaggio tra pensiero e sua fissazione sul supporto (carta o monitor
che sia) non è da reputarsi pienamente congeniale.
Anche a voler seguire diligentemente le indicazioni di invenzione narrativa,
cui ho fatto riferimento nel precedente articolo (il racconto va prima
pensato nella sua totalità e poi scritto) restano pur sempre
larghi spazi di creatività nella fase di prima stesura.
Nel passaggio (spesso non indolore) da una dimensione (l’astrazione
del pensiero) all’altra (la concretezza dello scritto) vengono
sovente nuove idee di sviluppo della trama principale, ma anche di elementi
marginali riguardanti per esempio le quinte su cui l’azione si
svolge o le caratteristiche secondarie di un personaggio.
Lo strumento deve a questo punto consentire la rapida cristallizzazione
della nuova idea in modo che sia ‘fermata’ sul supporto
man mano che nasce nella testa. Se ci si incespica sul mezzo di trasposizione
potrebbe accadere che le idee, anziché spianarsi, si accavallino,
si affastellino impedendo quello che io chiamo ‘l’effetto
Plitvice’, dalla nota località della Croazia dove il Fiume
Bianco e il Fiume Nero, scorrendo nella valle, hanno creato laghi e
laghetti collegati tra loro da barriere, cascate piccole e grandi, affluenti
intercomunicanti e passerelle volanti.
Se non si è in grado di ben memorizzare il flusso creativo e
trasfonderlo correttamente si può correre il rischio di perdere
non solo l’idea in sé, ma anche tutto ciò che da
quella idea sarebbe successivamente nato se la fantasia avesse proseguito
la sua corsa naturale fino a esaurimento del suo contesto.
Per quel che mi riguarda, in punto di scelta dello strumento di lavoro,
preferisco sicuramente il computer, anche se appartengo a una generazione
che avrebbe dovuto propendere per la penna o per la macchina da scrivere.
Abbracciato il nuovo mezzo per ragioni di lavoro, grazie soprattutto
al fatto che allora i Mac erano rivoluzionari rispetto ai PC per la
loro facilità d’uso (parlo del 1989), mi sono fatto conquistare
dalla semplicità dello strumento, dalle sue enorme potenzialità
e dalle capacità di creare e organizzare il lavoro.
La scrittura con la penna, per quanto concreta e materiale, la trovo
invece lenta, le correzioni (e io ne faccio molte) prima o poi rendono
il testo poco intelligibile e difficoltosa la lettura e poco creativo
il materiale su cui sto lavorando.
La scrittura con la macchina da scrivere l’ho sempre considerata
invece frustrante, per quella sua farraginosità nel correggere
che mi obbligava a pensare da subito non solo alla trama, e questo era
un bene, ma anche alla forma che è una problematica che affronto
in un secondo tempo. L’attenzione che dovevo riservare a battere
correttamente sui tasti, azzerava insomma la creatività che,
come si sa, a volte si muove sul filo di un alito di vento.
Il computer (per il quale occorre avere un minimo di dimestichezza in
modo che non rappresenti una difficoltà utilizzarlo) è
invece molto duttile e veloce (mi sono comprato un manuale da dattilografo
per imparare a usare tutte e dieci le dita) e assorbe in tempo reale
(o quasi) il flusso del pensiero. Inoltre permette infinite correzioni,
revisioni, note a margine lasciando, nonostante i ripetuti interventi,
un testo sempre pulito, comprensibile e per questo ancora ricco di fermenti
ideativi.
Un file elettronico è inoltre salvabile su più supporti,
trasportabile senza fatica (si pensi al posto che occupa un romanzo
in un pendrive rispetto al formato cartaceo) ed è facilmente
trasmissibile ad
altri per via telematica oltre che essere già pronto per la pubblicazione
online.
Questo non significa che all’occorrenza carta e penna non siano
di aiuto. Anzi, sono insostituibili: un foglio non occupa nessuno spazio
in tasca, così come un mozzicone di matita. Avere qualcosa su
cui appuntarmi all’occorrenza un barlume di idea, ovunque io mi
trovi, l’ho sempre trovato rassicurante.
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BRICIOLANELLATTE © - 2010
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