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Le
case del paese erano cresciute come muschio sulla roccia. Alcune aggettavano
sull’orrido dove al fondo brontolava un torrente che nessuno aveva
mai visto, altre erano stese al sole a godersi la pianura che cambiava
mille volte colore fino a degradare in quello che tutti giuravano essere
il mare. La brezza cominciò con un sussurro la mattina presto.
Sembrava una promessa sottile, un’allodola felice che vagheggiasse
altera tra i cespugli carichi di bacche. Gli abitanti non c’erano
abituati. L’aria lassù era sempre stata fresca, pulita
ma immobile. ‘Cos’è questo rumore?’ si chiedevano
l’un altro diffidenti. ‘È il vento tra le fronde’
disse uno dal barbiere. ‘Il cosa?’ ‘Il vento, quello
dei film…’ ‘Ah… il vento…e… e cos’è
invece questo bisbiglio?’ ‘È il vento tra l’erba
dei campi.’ ‘Fa così?’ ‘Sì, fa
così’.
Le ore del mattino sembrarono incatenarsi l’una all’altra
in un girotondo liberatorio, creando improvvisi squarci di cielo a cercare
una luna rattoppata solita più a nascondersi che a mostrarsi.
Tutti udirono un rumore di zoccoli salire lento e ritmato dalla valle,
ma nessuno ci volle credere che la mula di zi’ Me’ stava
tornando al recinto dopo tanto tempo. Si era fatta alta e il petto muscoloso
si era aperto, il muso era fiero e le froge larghe a sfidare adulte
l’aria frizzantina. Aveva ancora il basto e le fascine di quel
giorno di quando in uno sbarrar d’occhi era scappata verso il
baratro. Se ne tornava con calma, per la razione d’avena e di
coccole giornaliere con l’espressione di volersi scusare per il
ritardo.
Verso mezzogiorno la brezza, che già si era fatta tesa, si rinforzò.
Si crearono mulinelli di foglie agli angoli della piazza, sbatté
la tenda del bar come una vela che volesse prendere il largo, si gonfiarono
le gonne delle ragazze che si rimiravano divertite. Pian piano cominciarono
a muoversi nell’aria i pensieri cupi, la tristezza, le dolci ubbie.
Alcuni visi rifiorirono, si sollevò dal loro sguardo il velo
opaco della malinconia, spuntò la spensieratezza, come un bucaneve
inaspettato tra l’erba medica o un gioiello nell’erba folta.
La gente del paese si compiaceva per come si sentiva e sorrideva pur
non volendone parlare per paura che quella sensazione potesse sparire
con tutto il resto. Le nuvole si stracciarono definitivamente nel cielo
come lana ancora da cardare, mentre i voli degli uccelli si fecero insicuri
e gli animali da cortile si accovacciarono chinando il capo. Poi si
librarono le preoccupazioni, i dolori che saccheggiano l’esistenza,
le ansie che corrodono la voglia di vivere, le invidie e i giuramenti
rancorosi di vendetta. Volarono via insieme ai panni stesi, a un fazzoletto
non trattenuto da chi aveva smesso di piangere, alla polvere di terra
appena arata. Remo e Zusé, litiganti di tutta una vita per una
zolla di terra incolta, si ritrovarono sotto la quercia grande a parlare
dei futuri raccolti. Beppe il malandrino si fermò a chiacchierare
con il carabiniere che aveva smesso di guardarlo con sospetto e a far
tintinnare le manette dalla cinta consunta. Comare Lidia, sporgendosi
dal balcone, chiese scusa al sottostante ortolano perché il suo
bucato, volato via del resto come una cicogna in amore, forse aveva
gocciolato sull’insalata.
Chi si trovava nella piazza aveva aperto le braccia e chiuso gli occhi
come per farsi attraversare da quel vento che tutto puliva e purificava.
Parevano tante croci che girassero su sé stesse, incerte se ringraziare
il dio capriccioso per tanta benevolenza o chiedergli di smetterla per
scongiurare il peggio. Le donne, rimaste in casa a far ombra alla finestra,
fissavano i loro mariti, i compagni, gli amanti in quello che sembrava
un silenzio strabiliante, che levigava i sogni e prosciugava i sentimenti.
Il loro animo, abituato a vedere la gioia gratuita come presagio di
sventura, ad avvertire le onde lunghe della malasorte, a vibrare per
tutte quelle volte in cui il destino decide di aprire gli occhi sul
mondo di cattivo umore, era inquieto, raggrumato come un pezzo di pane
dimenticato sul fondo della madia. Scomparvero così ad una ad
una le emozioni dell’amore, i legami inscindibili, quelli di pia
devozione e lentamente si sciolsero i ricordi del passato e la memoria
del presente. I cani avevano preso a girare attorno al monumento della
Libertà, centro del paese, non sentendo più nulla in sé
che indicasse loro la via di casa. Uggiolavano, guaivano, mugolavano
in una sorte di lamento funebre che neppure i colpi improvvisi di vento
a dar poderose spallate ai muri di pietra bruciata dal tempo riusciva
a coprire. La luna rattoppata aveva spento la propria luce, come per
non vedere, come per non soffrire. Le persone che da sempre avevano
abitato di lì, che avevano costruito quelle case, che avevano
scavato nella montagna per abitarla con i propri rimorsi e le proprie
speranze, avevano preso a presentarsi l’un l’altro. Non
si riconoscevano più, non sapevano più chi fossero. E
avevano invece speso nei campi un’esistenza di fatica, avevano
strappato i terrazzamenti alla neve e al cielo, uno a fianco all’altro,
l’uno aiutando le braccia dell’altro. Avevano diviso la
fame, le ore più buie della malattia, il vino stordente che annebbia
la vista, la fantasia pulita che danzava sciolta nei focolari, gli sguardi
d’intesa, le occhiate complici di una vita disadorna. Avevano
pregato insieme gli stessi santi, usando le stesse parole e la medesima
cantilena. Il sonno li aveva colti nelle loro case a pensarsi ancora
insieme il giorno dopo, preoccupandosi di quanto doveva ancora esser
fatto prima che arrivasse il freddo o il caldo o la notte o la grandine,
ma nessuno poteva credere anche solo per un attimo che qualcuno di loro
non ci sarebbe stato.
Appena davanti al fornaio si incontrarono per acquistare il pane i gemelli
Calusi di novantatré anni. Con il padre, Bruno, avevano costruito
la chiesa, avevano piantato metà degli alberi da frutto della
zona; erano padri, padrini, compari, parenti della stragrande maggioranza
di loro. ‘Buona sera, sono Berto’ disse uno dei due togliendosi
il cappello come se volesse lanciarlo. ‘Molto piacere, sono Terenzio’
disse l’altro ‘è da molto che abita qui?’
Il Nero, stretto al suo mantello come se qualcuno insistesse nel volerglielo
rubare, stava invece andando avanti e indietro lungo la strada Maggioni
accarezzando tutte le porte e tutti i campanelli e le targhette contenenti
i nomi. Stava cercando di capire da dove fosse uscito quella mattina
per fare due passi. E ogni volta che sembrava essere sicuro che il portone
scelto fosse quello giusto ecco che all’improvviso ripiombava
nei dubbi e nelle incertezze. Rimaneva titubante, stupito, sotto le
folate di quel vento testardo, quindi ricominciava daccapo procedendo
a ritroso esplorando le crepe dei muri con le ditta callose come un
cieco disperato, annusando l’aria che trasportava mille profumi
diversi, combinandoli con quelli di centinaia di altre case, di altri
figli, di altre donne. La moglie lo stava invece aspettando dall’altra
parte del paese. Era sulla soglia, preoccupata. La grossa tazza di polenta
rappresa sotto braccio dove il mestolo si era arreso alla gravità
del destino. Guardava verso monte e verso valle. Aggrottando la fronte,
stringendo i pugni, mordendosi le labbra. Il viso di lui, nella mente
di lei, si stava annebbiando lentamente in un vapore denso. Di lì
a poco sarebbe rientrata in cucina, chiedendosi come mai fosse stata
così tanto tempo là fuori, sull’uscio, a prendere
freddo.
Il vento cessò di colpo che era sera. Il silenzio che ne derivò
divenne devastante. Alcuni si tapparono persino le orecchie accusando
dolore.
E tra le case incastonate nella roccia gentile, alla fine, si aggirarono
solo anime vuote senza un perché.
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BRICIOLANELLATTE
© - 2007
http://briciolanellatte.splinder.com
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