Marta riordinava la cucina sotto la luce azzurra di una mattinata freddissima, ma di sole. Ogni tanto si fermava a guardare dalla finestra le solite colline grigie di arbusti rinsecchiti, come si aspettasse qualcosa o qualcuno che da lassù venisse a riempire le sue lunghe giornate solitarie. Anche le automobili sul viadotto, poco distante, erano rade e sonnolente. Poi una di quelle, con la freccia direzionale accesa, sbucò lenta dalla galleria dell’Immacolata. Rallentò sulla piazzola d’emergenza e fece scendere una signora, che aprì a sua volta la portiera posteriore da dove scivolò una bambina di non più di dieci anni. L’accucciò contro il guard-rail aiutandola a far pipì. La figlia rideva per quello che tutto sommato sembrava un gioco. E sorrideva ancora quando sentì le portiere della macchina che si chiusero dietro di lei con il motore del fuori strada che già prendeva i giri. Lei si alzò in piedi con il pancino scoperto in quel freddo pungente, mentre la jeep andava via in velocità sino a sparire nel lontano curvone. Fece qualche passo in avanti, impacciata com'era dalle braghette ancora calate, che, con un gesto approssimativo, si tirò su di sghimbescio.
Marta, senza più respirare, aveva posato sul tavolo la tazza della colazione, ma l’aveva mancato di un buon mezzo metro e i cocci erano esplosi per tutta la cucina. ‘No, non poteva essere vero, non poteva essere vero’ si ripeteva in un ritornello ossessivo. ‘Adesso torneranno, non possono lasciarla lì, non è possibile’. Le mani appiccicate alla finestra cercavano di prendere quella bambina che ora si guardava attorno, senza piangere, come per capire dove fosse andata la mamma. I minuti passavano e aveva cominciato ad aggirarsi per la piazzola ondeggiando sotto lo spostamento d’aria delle vetture che adesso si sparavano fuori dal tunnel a tutta velocità. ‘Ma che stupida che sono’ si disse Marta sbattendo la fronte contro il vetro ‘no che non torneranno, è un’autostrada quella, si va solo avanti, non si può fare inversione’. Fu così che afferrò le chiavi della sua macchina. Ci mise venti interminabili minuti ad arrivare sul posto, ma quando fu in quella piazzola la bambina non c’era più. Marta scese disperata voltandosi da ogni parte, guardando persino dal viadotto. Fu solo all’improvviso che si accorse che una ventina di metri più avanti c’era un corpicino immobile e informe di traverso alla carreggiata. Con il cuore in gola corse disperatamente verso quel punto. No, non era lei, ma la carcassa maciullata di un cane. Quello fu però anche l’attimo in cui lei sentì alle spalle il ruggito cavernoso di un autotreno che si catapultava dal buio del tunnel e…
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