Quella sala d’attesa lo rendeva sempre nervoso. Quando aspettava il suo turno per farsi visitare guardava gli altri con gelido distacco, come per far capire che era lì non certo perché fosse malato come loro. Ma quel dolore che aveva al petto da qualche giorno non gli dava pace. Erano fitte lancinanti, improvvise. Alcune duravano poco, altre secondi interminabili, durante i quali gli si rabbuiava finanche la vista.
Il medico capì subito la gravità della questione e, contrariamente al solito, lo visitò a lungo, in modo scrupoloso. Sicché lui non si stupì di vedersi segnare una sequela lunghissima di esami da fare nel più breve tempo possibile. Trascorsa appena una settimana, tornò fiducioso con tutti gli esiti sotto braccio. Il medico li studiò lentamente emettendo ogni tanto mugolii sommessi accompagnati da inarcamenti sopraccigliari che lui non seppe decifrare. In tanto il dolore era sempre lì, in agguato, sordo ad ogni minaccia e pronto a divampare non appena fosse stata allentata la guardia. Poi il medico prese il ricettario e cominciò a scrivere. ‘Altre analisi?’ chiese lui senza ottenere risposta. Il medico completò con cura il foglio che quindi gli girò abbozzando un velato sorriso professionale. Lui lesse.
‘Tre poesie di Rilke, di Neruda e Kavafis al dì, a stomaco vuoto. Una cinquantina di pagine alla sera prima di dormire di un libro di narrativa contemporanea o di un classico di suo gradimento o, in alternativa, un buon film meglio se d’autore; una passeggiata al tramonto quando è bello, meglio se al mare e in buona compagnia; una cena alla settimana, ma anche due se se la sente, purché nel suo ristorante preferito; si circondi delle persone che ama, dorma sulle sue preoccupazioni e si rilassi quanto più le è possibile; dica qualche preghiera se è credente.’
«Ma cos’è? Uno scherzo?» chiese lui non riuscendo a chiudere al bocca dalla sorpresa.
«No, affatto. È la mia ricetta contro il mal di vivere. A lei fa male l’anima. Provi per un mese. Poi mi dirà.»
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