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MOLLICHE DI PANE
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Era da mesi che li aveva abituati così, tanto che i passeri avevano imparato anche quale fosse l’ora giusta. Lei comprava sempre una pagnotta in più dal panettiere sotto casa, una che fosse ricca di mollica e con dentro il profumo del grano fragrante; era una biova dorata con la crosta lucida del sole, che gli permetteva di mettere in fila, sul davanzale della finestra, una linea interminabile di piccole palline biancastre, tutte eguali, tutte perfettamente tonde. La vecchina, con l’esperienza del tempo, aveva capito anche quale fosse la dimensione più giusta da dare a quelle sfere soffici e spugnose: non dovevano essere troppo piccine perché il passero non rimanesse deluso, non dovevano essere troppo voluminose perché non ce la facesse a portarle via in volo. Era uno spettacolo eccitante osservare tutti quei fagottini alati che aspettavano pazienti sul cavo della luce affinché lei terminasse il lento quotidiano rituale del ‘prendi un po’ di mollica’, del ‘rigira la pallina tra le dita’, del ‘posa la pallina insieme alle altre’. Sembrava potessero contare quei grani di cibo, perché restavano attenti e scrutavano nervosi, pregustando quella prelibatezza a buon mercato contro il sole ancora caldo di un autunno sempiterno. Poi la vecchina, come sempre, si allontanava dietro alla tenda per gustarsi l’intera scena in quel frullo d’ali confuso in un cinguettio sfrenato. Sorrideva felice. Quanti potevano essere? Venti? Trenta? Ma che importava? C’era pane per tutti. Sì, ne era convinta, quello era il giorno giusto, dopo tanto attendere. Non dovette neppure avvicinarsi. Bastò far sgusciare veloce da dietro le spalle la racchetta da tennis che fu un tempo del figlio. E picchiare, picchiare più forte che poteva, fino a che non fu un cumulo di carne indistinto tra penne frantumate e grumi di sangue.

 

LA FITTA AL PETTO
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Quella sala d’attesa lo rendeva sempre nervoso. Quando aspettava il suo turno per farsi visitare guardava gli altri con gelido distacco, come per far capire che era lì non certo perché fosse malato come loro. Ma quel dolore che aveva al petto da qualche giorno non gli dava pace. Erano fitte lancinanti, improvvise. Alcune duravano poco, altre secondi interminabili, durante i quali gli si rabbuiava finanche la vista.
Il medico capì subito la gravità della questione e, contrariamente al solito, lo visitò a lungo, in modo scrupoloso. Sicché lui non si stupì di vedersi segnare una sequela lunghissima di esami da fare nel più breve tempo possibile. Trascorsa appena una settimana, tornò fiducioso con tutti gli esiti sotto braccio. Il medico li studiò lentamente emettendo ogni tanto mugolii sommessi accompagnati da inarcamenti sopraccigliari che lui non seppe decifrare. In tanto il dolore era sempre lì, in agguato, sordo ad ogni minaccia e pronto a divampare non appena fosse stata allentata la guardia. Poi il medico prese il ricettario e cominciò a scrivere. ‘Altre analisi?’ chiese lui senza ottenere risposta. Il medico completò con cura il foglio che quindi gli girò abbozzando un velato sorriso professionale. Lui lesse.
‘Tre poesie di Rilke, di Neruda e Kavafis al dì, a stomaco vuoto. Una cinquantina di pagine alla sera prima di dormire di un libro di narrativa contemporanea o di un classico di suo gradimento o, in alternativa, un buon film meglio se d’autore; una passeggiata al tramonto quando è bello, meglio se al mare e in buona compagnia; una cena alla settimana, ma anche due se se la sente, purché nel suo ristorante preferito; si circondi delle persone che ama, dorma sulle sue preoccupazioni e si rilassi quanto più le è possibile; dica qualche preghiera se è credente.’
«Ma cos’è? Uno scherzo?» chiese lui non riuscendo a chiudere al bocca dalla sorpresa.
«No, affatto. È la mia ricetta contro il mal di vivere. A lei fa male l’anima. Provi per un mese. Poi mi dirà.»

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> ultimo aggiornamento: 11 settembre 2007 <

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