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IN QUESTA SEZIONE
'PROVA D'AUTORE':
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
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Racconto lungo scritto a quattro mani in collaborazione con Gardenia.
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Puntata
n. 1 - Il bambino correva a perdifiato giù dalla
collina. Nella corsa doveva aver perso una scarpa perché zoppicava
vistosamente, tanto che cercava di saltellare ogniqualvolta metteva
a terra il piede destro. Si voltava il piccolo, si voltava di continuo,
ma i lineamenti del volto non riuscivano a liberarsi da quella morsa
di terrore. Non ce la faceva neppure a piangere anche se portava con
gesto meccanico il lembo della camiciola agli occhi sbarrati e asciutti.
In lontananza un volo teso di corvi, alla ricerca delle ultime spigolature
nel campo arato, rigavano l’azzurro pulito del cielo e una sobria
brezza levantina portava con sé profumi nuovi. L’incipiente
primavera aveva scoperto di aver vita da spendere nei bocci e nelle
gemme che un po’ ovunque impreziosivano rami e arbusti; presto,
foglie e fiori avrebbero colorato di nuovo la campagna.
Alla curva del mulino, il bambino parve rallentare; invece era solo
che aveva perso l’equilibrio, finendo per andare a sbattere malamente
contro il parapetto del ponte. Ma non ci pensò neppure a fermarsi.
Si rialzò e basta, come una molla, spinto dal desiderio incontenibile
di mettere tra sé e la sua paura quanta più strada fosse
possibile.
Puntata
n. 2 - Udì un fruscio sordo, come di ramo spezzato,
quasi un bisbiglio misterioso, a mala pena percettibile, ma era solo
il brusio delle fronde, un chiacchiericcio della natura che stava uscendo
dalla prigionia dell’inverno. Provò a fischiettare, ma
le sue labbra erano così inaridite che sigillarono del tutto
il suo respiro, riducendolo a un piccolo rantolo, di cui fu il primo
a meravigliarsi. Avrebbe voluto correre, fuggire dai luoghi e da se
stesso, ma non ne aveva la forza. Alzò gli occhi, dopo aver scostato,
con gesto nervoso della mano, un ciuffo molle di sudore, che gli ricadeva
sulla fronte, e vide sbucare all’improvviso, con la naturalezza
di un’apparizione consueta, una gonnellina chiara, a piccoli pois,
da dietro il muretto del mulino. Sopra la gonna c’era un busto
gracile di bambina che reggeva in braccio un micino fulvo, fermo immobile,
gli occhiet-ti socchiusi, in fiducioso abbandono.
Il visetto della piccola era monocromo, avorio chiaro, forato dal taglio
dolce della bocca e dal lampo grigio di due occhi spalancati sulla vita.
Il bambino respirò a fondo rincuorato e ritrovò, all’improvviso,
quella voce che temeva di avere perduto.
«È tuo il gattino? Abiti da queste parti? »
Puntata
n. 3 - «Si è il mio, si chiama Gonzales, puoi accarezzarlo se
vuoi.»
Il bambino che ancora non aveva smesso di ansimare allungò la
mano per gratticchiare il muso arruffato del micio che richiuse gli
occhi sognando una cuccia calda ed una ciotola piena.
«Ma ti sei fatto male!!!» gli chiese la piccola guardandogli
le dita insanguinate.
Il bambino, come se si fosse risvegliato da un sogno, fece istintivamente
il verso di abbassarsi, voltandosi indietro, subito dopo, in direzione
del sole che stava tramontando.
«Adesso devo andare» sibilò brusco allontanandosi.
«Aspetta, ma dove vai? Dimmi almeno come ti chiami…»
In quel preciso istante, dal fondo della strada, appena dietro al mulino,
la figura di un uomo im-ponente stava discendendo a larghi passi la
collina. In una mano portava un grosso piccone con tanta naturalezza
da farlo sembrare leggero e minuscolo.
«Ermannoooo! Ermannoooo!» urlò l’uomo con una
voce gutturale da animale ferito «dove sei? Figlio di puttana!»
La bambina sembrò capire al volo la situazione e al suo nuovo
amico, che già le dava le spalle, buttò fra i piedi:
«Ti posso nascondere se vuoi.»
Ermanno si fermò come se fosse rimasto agganciato al ponte. E
ruotando solo la testa, con uno sguardo che esprimeva aiuto e sfinimento,
bisbigliò:
«Davvero?!?»
Puntata
n. 4 - «Certo, vieni, abbassati, Ermanno! Se camminiamo a filo della
siepe non potrà vederti. Vieni avanti accucciato, penso io a
Gonzales. Sa stare buono e fermo in braccio, è abituato…»
La voce stentorea dell’uomo grosso e protervo continuava a spaventare
gli uccelli della valle, ma non faceva più nessun effetto sui
due bambini, curvi e guardinghi, mentre si allontanavano dal pericolo.
«È tuo padre?»
«Parliamo dopo. Ora pensiamo a cavarcela da lui…»
«Allora non è tuo padre…»
«Lasciami respirare!»
Il pericolo, ormai era lontano. La siepe li aveva protetti, nascondendoli
alla vista di quello scalmanato. Agli occhi di Ermanno apparve una casa
colonica, massiccia nella forma. Dalla porta spalancata uscivano, contemporaneamente,
sprazzi di luce e voci miste e allegre. Ginevra, così si chiamava
la sua nuova amica, non provò sentimenti di meraviglia, perché
quella era la sua casa di sempre, un luogo sereno, abitato dalla sua
numerosa famiglia.
Entrarono insieme, esitante il ragazzino; sorridente – lei - quella
graziosa “salvatrice”, con il suo piumoso micetto, addormentato
in braccio…
Puntata
n. 5 - Ermanno si fermò titubante sulla soglia di quella casa. Non
era abituato ad essere bene accetto. Da nessuno. Aveva voglia di riprendere
a scappare, per non dover ancora soffrire, ma lo trattenne la presenza
della sua nuova amica che gli dava una strana sensazione di formicolio
dietro alle orecchie che lo incuriosiva.
No, non aveva mai visto una casa simile: pulita, piena di oggetti, colma
di sole, con gente di tutte le età che andava e veniva scherzando
e ridendo. Nell’aria, proveniente dalla cucina alla sua sinistra,
c’era persino il profumo di una qualche pietanza prelibata che,
attraverso le narici, guadagnò velocemente il suo stomaco che
gli brontolò sordo a rimproverargli che era un sacco di tempo
che non mangiava.
«E’ l’ora di pranzo giovanotto!» gli disse un
ragazzone alto e biondo mettendogli una mano sopra alla spalla «resti
con noi?»
«Non mi tocchi, signore!» fece il bambino, con un gesto
sproporzionato e plateale, per allontanare da sé quella sensazione
sgradevole.
«Guarda che mio fratello voleva solo essere gentile». Poi
Ginevra, riprendendo il sorriso«sai che quando ti arrabbi ti viene
l’erre moscia? Sei buffo…» quindi, abbassando un poco
gli occhi «ma anche tanto carino.»
Ermanno fece una smorfia indecrifabile e alzò le spalle.
«Dai, fermati con noi, ci divertiremo!» insistette Ginevra
prendendogli la mano «poi ti faccio vedere la mia camera, i miei
giochi e possiamo, più tardi, anche andare a pesca, che ne dici?»
Ermanno guardò la proprie dita, piene di graffi, intrecciate
a quelle di lei, bianche e linde. Era come se ci fossero sempre state.
Non si volle sottrarre a quel contatto e si fece condurre docilmente,
senza dir nulla, fin verso la cucina.
Puntata
n. 6 - Un osservatore esterno – ovvero un “io parlante”
– come troviamo in certi romanzi, avrebbe rilevato il parallelo
che si stava verificando, con l’entrata di Ermanno in quella generosa
famiglia, rispetto all’accoglienza che aveva ricevuto –
ricordate? – Heatchliff, l’eroe di «Cime tempestose»,
da parte dei genitori di Caty. Qui – nella nostra Prova d’autore
– l’entrata del ragazzino è meno teatrale: Ermanno
non è sotto il mantello del suo salvatore, ma fa il suo ingresso
presentato da Ginevra e non subisce nessun interrogatorio; semplicemente
viene accolto, perché i Valmarana comprendono subito il suo stato
di necessità, comportandosi come i frati di un convento che accolgono
chiunque abbia bisogno di protezione, senza chiedergli la “carta
d’identità”…
«Non mi tocchi signore!» - aveva gridato, allarmato da un
affettuoso gesto di un fratello di Ginevra. Infatti, mentre la mano
ruvida e abbronzata del ragazzo si avvicinava alla sua spalla, con un
insopprimibile gesto riflesso, Ermanno aveva rivisto il volto sudato
dell’uomo con cui era vissuto in questi ultimi mesi e ne aveva
risentito il fiato aspro, e – Dio mio! – meglio cercare
di non rivivere quei momenti di ribrezzo, di abbrutimento, di violazione
perversa della sua infanzia.
Dunque, adesso, se pensieri così torbidi non lo avessero assalito,
avrebbe potuto giocare, verbo lontano dalla sua esperienza degli ultimi
tempi. In vita dei suoi genitori, quando abitavano dall’altra
parte della vallata, aveva giocato con una cuginetta e due ragazzini
più grandi: si erano costruiti un aquilone e una lippa di legno
da far volteggiare, percossa da un apposito bastone. Giochi sereni,
all’aria aperta, mentre la mamma cucinava o accudiva alle faccende
domestiche.
I suoi erano morti, una notte, asfissiati dalle perdite di una stufa
a gas; lui si era salvato per miracolo, perché dormiva in un’altra
stanza. Lo zio, che lo aveva portato a vivere con sé a un centinaio
di chilometri dal suo paese d’origine, sembrava tanto buono, all’inizio…
Puntata
n. 7 - Ermanno era felice, seduto a quella lunga tavola imbandita. Vinta
ogni ritrosia, assaggiava tutto quello che gli capitava a tiro, a volte
persino con le mani. Ginevra, che gli era seduto accanto, l’aveva
strattonato più di una volta indicandogli, seppur con un sorriso,
la forchetta. Tutti parlavano, tutti avevano qualcosa da dire. E la
nuova mucca qua, il grano che cresceva là, e il cavallo da ferrare,
e speriamo che il tempo regga, ma io cavalco meglio di te… Gli
sembrava finalmente di avere una famiglia, come se il buon Dio avesse
finalmente riconosciuto di aver sbagliato a portargli via quella che
aveva, tanto da consegnargliene, bell’e fatta, un’altra
di ricambio.
Sorrideva
il bambino quando affondò la prima volta un cucchiaio più
grosso di lui nell’enorme budino alle noci che mamma Amelia aveva
preparato. Sorrideva specchiandosi negli occhi di Ginevra come se cercasse
la sua approvazione. Poi bussarono alla porta che sembrava proprio la
volessero buttare giù.
«Ehi,
di casa!!! Per Dio c’è qualcuno in questa casa di merda?» Si
fece un gran silenzio. Tutti si guardarono l’un l’altro
per poi guardare il bambino. Ermanno cominciò a battere i denti,
come se l’avessero preso i fremiti di una febbre altissima: il
pezzo del budino sul cucchiaio tremò con lui prima di finire
spiaccicato sulla tovaglia. Sapeva di chi era quella voce. Sapeva che
tutto il male del mondo era appena al di là di quell’uscio.
«Allora?
C’è nessuno o devo buttare giù la porta?»
si sentì urlare ancora più forte.
Papà
Lorenzo si alzò lentamente. Aprì lo sgabuzzino e prelevò
qualcosa. Poi andò alla porta. La spalancò e, prima ancora
che l’uomo in strada potesse aprir bocca, gli spinse il sovrapposto
sotto la gola.
«Se
non te ne vai entro cinque secondi, le volpi, questa notte, si ciberanno
del tuo cervello!»
«Cerco
un bambino…» disse l’altro con un soffio di voce tanto
premeva quella canna di fucile.
«Qui
non c’è nessun bambino, solo un delinquente par tuo che
si toglierà subito dagli zebedei! Non è vero?» esclamò
papà Renzo, tirando su i cani dell’arma.
«Va
bene…» disse l’uomo facendo qualche passo indietro
e alzando un poco il piccone in direzione del suo interlocutore «va
bene, ma sta attento a te, perché tanto quel fucile, prima o
poi, lo poserai.»
Puntata
n. 8 - Dieci anni dopo. Si integrò quasi senza fatica, l’inselvatichito
ragazzino, in seno a quella generosa famiglia. E l’eco della voce
blasfema di quello zio perverso, ritornava sporadicamente, soltanto
nei suoi sogni. Ermanno aveva quasi completamente rimosso il ribrezzo
procuratogli da quelle sue insistenti carezze malsane, la violazione
alitava in lui solo in quella parte dell’anima, in cui cerchiamo
di non guardare, per non spaventarci di noi stessi.
Gli anni erano passati lievi, senza eccessivi scossoni, ritmati dal
trascorrere delle stagioni, con una naturalezza confortante. Dieci primavere
di corse nei prati, di accettazione da parte di tutti i componenti del
clan Valmarana – micio Gonzales e cagnone Tom compresi –;
altrettante estati di giochi all’aperto, alternati a un po’d’aiuto
alle necessità agresti e domestiche della famiglia; autunni dolci,
profumati di castagne e frizzanti di mosto; inverni freddi, coperti
– i due ragazzini – da identici maglioni sferruzzati da
nonne e zie, e occhi posati sugli stessi libri di scuola, frequentata
nel faentino, raggiunta in rapide biciclettate; mani e naso infiammati
dal rigore dei mesi freddi; cuore vibrante d’amore alla vita.
Introverso, schivo, non incline a parlare di sé, della perdita
dei genitori, delle angherie dello zio - Ermanno -, dolce, arrendevole,
ma non asservita – Ginevra – capace di aiutarlo in tutto
e di spianargli la strada.
Proprio a Faenza frequentarono il liceo, seduti nello stesso banco.
Ermanno era meno studioso, ma capiva in fretta qualsiasi spiegazione
degli insegnanti; propenso alla sintesi, non era mai verboso più
del necessario. La sua amica stava più tempo sui libri, più
analitica di lui, desiderosa di sviscerare anche i minimi nodi delle
discipline di studio.
A questo punto, vi porrete normali domande sul loro aspetto fisico,
non appagati dal saperli così concordi, sani, pieni di curiosità
verso il futuro che li attende.
Di figura forte, Ermanno, non era cresciuto di eccessiva statura, ma
ben proporzionato, aveva il pregio di uno sguardo aperto, quasi meravigliato,
in contrasto con le torbide angherie subite, e di una bella bocca, raramente
spalancata alla risata, ma che sapeva sorridere.
Ginevra era snella, forse di due dita più alta di lui; pronta
a coprire con la mano le sue labbra lucidate da un accenno di rossetto,
quando temeva che la sua risata, troppo sonora infastidisse l’amico.
Continuiamo a dire l’«amica» e l’«amico»,
ma i due ragazzi erano innamorati da sempre, fin dai primi attimi del
loro incontro. Un sentimento “necessario” come l’anànke
degli antichi greci li univa già dai primi istanti…
(Continua)
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BRICIOLANELLATTE © - 2010
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La
storia in breve
Ermanno
è un ragazzino, in fuga da uno zio perverso e violentatore, con
cui vive dolorosamente, dopo la morte drammatica dei genitori. Incontra
Ginevra, dolce ragazzina, sua coetanea che lo salva, portandolo a casa
sua, in seno a una generosa ed ospitale famiglia. Vediamo crescere i
due giovani, sani e spensierati, nonostante una breve ricomparsa dello
squallido Berto, lo zio vizioso e squilibrato. Frequentano studi classici
nel faentino e pensano di iscriversi all’Università a Bologna,
sebbene sia Ginevra a premere con maggior insistenza per questa futura
vita a due, perché Ermanno – desideroso di indipendenza,
dopo aver così dovuto approfittare della generosità dei
Valmarana – preferirebbe lavorare subito, senza imbarcarsi in
un programma di studi lunghi e dal risultato aleatorio. Mentre si trova
a Bologna, svogliatamente alla ricerca di un monolocale, viene affrontato
dal malefico zio che ha aggredito il padre di Ginevra, ferendolo gravemente,
e ha rapito la ragazza.
Ermanno
assiste amorevolmente l’uomo che gli ha fatto le veci di padre,
addolorato per l’amputazione a una gamba - conseguenza della selvaggia
aggressione subita -, e si tormenta pensando alla sorte di Ginevra (ora
più che mai si rende conto di amarla perdutamente!) in balia
di quello squilibrato.
Ginevra,
legata e bendata, in un a sordida cantina, sta soffrendo pene insostenibili.
L’amore forte per Ermanno non è per lei una rivelazione,
nata nel momento del pericolo: la sua è una matura consapevolezza.
Riesce a sfuggire alla perversione del malefico zio, salvata da un cacciatore
di passaggio.
Gli
eventi precipitano: Berto uccide barbaramente il cacciatore, impossessandosi
nuovamente di Ginevra, completamente ridotta in sua balia.
Ermanno
decide di agire da solo, senza attendere l’operato della polizia
e degli addetti ai lavori, che ritiene certamente meno coinvolti di
lui al progetto di salvezza della sua amata. Si reca nella casa dello
zio, alla ricerca di qualche indizio che lo porti da lui. Ritrova foto
delle passate sevizie subite da quel perverso, e – in un lampo
- gli appare l’immagine di quella sordida bicocca, da Berto ritenuta
luogo propizio per delitti perfetti.
Raggiunge
la stamberga dopo un tortuoso viaggio in auto che, prudentemente, parcheggia
a qualche metro di distanza. Dapprima, spiando attraverso i vetri, armato
del fucile da caccia sottratto ai Valmarana, non scorge nulla all’interno,
ma in seguito vede Ginevra semisvenuta sopra un tavolaccio, insidiata
da Berto. Perde il lume della ragione, sparando all’impazzata.
Vede molto sangue e – dopo aver legato mani e piedi dello zio
– conduce fuori Ginevra per rianimarla e ripulirla al ruscello.
Quando rientra, misteriosamente Berto è scomparso.
Superato
lo choc delle terribili vicende, Ermanno e Ginevra si sposano. Li incontriamo
quattro anni dopo. Il loro adorato Alessandro compie tre anni, attorniato
dalla tenerezza di genitori, nonni e parenti riuniti e si addormenta
nel suo lettino, in mezzo ai doni ricevuti.
Primo
finale: Dopo una calda notte d’amore, gli sposi vedono –
attraverso la vetrata – lo sguardo bieco di Berto che li sta osservando.
Secondo
finale: il folle Berto ha rapito il piccolo Alessandro |