RACCONTO A QUATTRO MANI
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PROVA D'AUTORE/2
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IN QUESTA SEZIONE
'PROVA D'AUTORE':

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

Racconto lungo scritto a quattro mani in collaborazione con Gardenia.
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Puntata n. 9 - «Allora, hai pensato a quale facoltà iscriverti?» disse Ginevra passando due dita delicate sulle guance appena ricoperte da un’incerta peluria di Ermanno.
Subito il ragazzo non rispose, stava assaporando quel contatto fuggevole della sua amica che sempre lo emozionava profondamente. Dio mio, com’era bella, pensò guardandola sotto la luce leggera del neon. Sembrava che in quella libreria affollata non ci fosse nessuno, tranne lei, con quel vestito azzurro che metteva in risalto i boccoli biondi che portava fin sopra le spalle.
«No, non ci ho ancora pensato. Ma non sono poi tanto sicuro che sia una buona idea, per me, proseguire gli studi. Forse sarebbe meglio che mi trovassi un lavoro. Ho visto che cercano un commesso qui».
Ginevra si rannuvolò di colpo. Stava facendo finta che non le importasse più di tanto quello che aveva appena sentito. Si era messa ad armeggiare su di un libro davanti a sé, poi lo afferrò nervosamente e lo aprì a pagina 41.
«Da quando ti interessa l’allevamento intensivo di mitili?» chiese il ragazzo abbozzando un sorriso.
Ginevra, girando il libro per dare un’occhiata alla copertina, si accorse che in effetti si trattava proprio di una manuale per imparare ad allevare cozze, vongole veraci e ostriche. Si sentì scoperta.
«E va bene!» sbottò lei, altera, buttando il libro «d’accordo, parliamone… se vuoi… parliamone… ma devo dirti che non puoi farmi questo, Ermanno, proprio no, avevamo pensato di andarci assieme a Bologna, magari anche non iscrivendoci alla stessa facoltà, ma ci saremmo trasferiti lì, tutti e due, me l’avevi giurato.»
«Giurato… giurato… che parola grossa, se ne era solo parlato e pure vagamente.»
Ginevra lo trafisse con lo sguardo come se volesse ucciderlo di baci avvelenati. Incrociò le braccia, voltando il visto di lato e serrando le labbra come faceva quando era arrabbiatissima.
«A me non interessa diventare un avvocato o un medico, Ginevra, a me piace scrivere e posso farlo ovunque».
«Ma se io vado a Bologna e tu resti qui… noi… noi ci perderemo di vista e io…»
«E tu?»
«Io… io… non posso vivere senza di te» disse lei tutto d’un fiato abbassando lo sguardo.
Ermanno posò il libro che a sua volta aveva in mano. Le si avvicino. Ginevra non accennava a voler alzare il viso. Il ragazzo abbassò allora il suo, a cercare quelle labbra che tanto desiderava. Le trovò calde tra i capelli morbidi e profumati di mimosa. Petali di due fiori che si dischiusero appena, in un bacio dolcissimo, rimasto lì, sospeso a mezz’aria, da anni, tra due cuori gentili.

Puntata n. 10 - Tergiversò a lungo, Ermanno. Quella scelta di vita futura gli creava inquietudine e umiliazione. Secondo il suo modo di vedere il domani, ormai si era fatto impellente il momento di rendersi indipendente, non pesando più su quella famiglia così pronta a sopperire a tutte le sue spese con generosa larghezza. Avrebbe voluto trovarsi un lavoro, studiando magari iscritto a corsi serali. Ma Ginevra non mollava l’osso.
Quando più avrebbero trovato un’occasione così felice di starsene liberi, soli, in un clima di completa unione? Lo circuiva piano, senza apparente imposizione, con una tecnica lenta e costante, che non lasciava respiro, aumentando la dolcezza delle sue premure.
Stavano avvicinandosi le date dell’iscrizione all’università e bisognava darsi da fare per l’affitto di un appartamento, o di una collocazione comunque adeguata nella felsinea città.
Ermanno nicchiava, rinviava le decisioni, dimostrando quella voglia di libertà, spesso insita nell’animo virile, ma in lui più radicata che in altri, proprio per l’esperienza di essere vissuto in una famiglia iperprotettiva, non essendo la sua naturale; sarebbe come a dire in una famiglia che lo aveva iperamato.
Stavano pedalando energicamente verso le rive del fiume, in un grigio pomeriggio ottobrino, velato da una foschia dolce che regalava un pulviscolo di madreperla ad uomini e cose. Ermanno sapeva che era giunta l’ora di decidere, che rinviare ancora sarebbe stato impossibile. Accostarono i loro “cavalli d’acciaio” al tronco di un albero. Ginevra incespicò lievemente, lui la sorresse, accostandosi a lei, già acceso da un’intima fiamma, ormai non solo tormento nelle sue solitarie ore notturne, ma piacevole strazio ora – proprio adesso - in questo preciso momento.
Lei non oppose resistenza. Ermanno sfiorò con le labbra la seta della sua guancia e il raso del suo collo, fermandosi, inebriato, all’attaccatura di quel seno tanto sognato, di cui immaginava i teneri boccioli eretti, pronti a sbocciare sotto il tocco delle sue giovani dita…
Eppure non voleva andare oltre.
Non si sentiva pronto. Una strana, pudica timidezza lo inibiva. Era come se avvertisse qualcosa di incestuoso, di profanatore, era come se l’antico tocco delle mani dello zio (e mai le aveva confidato nulla di quel suo amaro passato!) riaffiorasse, riportandogli rinnovato strazio.
Rimuovere del tutto un’esperienza così vulnerante non era facile, e ne stava prendendo completa consapevolezza.
Ginevra, ansimante, prese il suo volto tra le mani, con l’indice della destra ridisegnò il suo profilo, con estenuante lentezza, prima di posare le sue labbra dischiuse su quelle di Ermanno, tremanti di trattenuto piacere…

Puntata n. 11 - Ermanno era a Bologna. Cercava un monolocale: anche solo quattro mura che avrebbero potuto racchiudere questa avventura dell’università che non sentiva però sua.
Ginevra non era venuta con lui, era il compleanno del padre e tutta la famiglia si sarebbe riunita al paesello. Nonostante le insistenze della ragazza, Ermanno era riuscito a declinare l’invito e, con la scusa di trovare un alloggio, se ne era andato in quella città, da solo. Aveva voglia di starsene un po’ per conto suo, a raccogliere le idee. Isolarsi, nonostante oramai fosse diventato un giovane adulto, era rimasto, nei momenti critici, una irrinunciabile necessità.
Così girò per strade e vie, per piazze e vicoli; per una città tanto diversa, per colori, gente e atmosfera, da quelle che aveva conosciuto sino ad allora. E camminò molto senza riuscire a trovare quello che voleva. Gli offrirono locali troppo costosi per le loro finanze o troppo lontani dal centro. Era sfiduciato, ma non poteva mollare, anche se lo avrebbe fortemente voluto.
Era appena uscito dal bar, dove aveva ingoiato a fatica mezzo panino, quando se lo vide davanti:
«Ciao Ermanno...»
Lo ‘zi0’ era proprio lì, davanti a lui, immobile che lo stava squadrando con il suo sorriso beffardo. Era ‘vestito bene’ come non lo aveva mai visto. Giacca, camicia, cravatta intonata, uno spolverino beige finanche elegante. Ma lui era pesantemente invecchiato.
«E’ parecchio che non ci si vede, vero?» continuò.
«Cosa vuoi?» gli sputò velenoso Ermanno cercando di sgusciare via «credevo fossi uscito per sempre dalla mia vita...»
«Credevi male, ragazzo mio, credevi male, non uscirò mai dalla tua esistenza, renditene ben conto, una volta per tutte!»
«Ma si può sapere cosa ti ho fatto? Tu sei completamente pazzo, Berto, vattene, non sono più un bambino, ora posso dirti che mi fai schifo e pestarti a sangue, se lo volessi.»
«Dov’è la tua amichetta Ermanno?” sibilò Berto, mentre i cui occhi avevano preso una luce strana.
«Lascia fuori Ginevra da questa storia!»
«Certo, poverina, proprio il giorno del compleanno del caro paparino: una così brutta sorpresa…»
Ermanno sentì come una stretta allo stomaco; gli sembrò che le orecchie fossero lì lì per andare in fiamme. Giratosi di scatto afferrò per il bavero lo zio, anche se lui lo sovrastava di parecchi centimetri. Lo scosse come un ramo carico di olive. L’uomo, senza opporre resistenza a quel gesto violento, con una smorfia viscida, quasi si schermì:
«Ragazza meschinetta lei… io glielo avevo detto al suo adorato papà di stare attento che tanto prima o poi l’avrebbe posato quel fucile…»
«Ma cosa hai fatto disgraziato?!? Cos’hai fatto???»
Il volto di Ermanno assunse l’espressione di terrore di un tempo. Gli occhi gli si incavarono, gli angoli della bocca si contrassero in uno spasmo di dolore.
Spinse contro il muro lo zio. E si mise a correre. Più forte che poté.

Puntata n. 12 - Sentiva il gelo della lurida pietra – Ginevra – accasciata su quel fetido pavimento, nella parte più profonda di quella cantina abbandonata; i polsi e le caviglie strettamente legati ai pioli di una seggiola sgangherata; uno straccio in bocca che sembrava soffocarla; una fitta benda agli occhi che la rendeva completamente cieca.
L’udito, affinato dalla perdita degli altri sensi, le permetteva di sentire lo sciabordio di un piccolo ruscello con cascata, a pochi passi da quello stabile fatiscente in cui si trovava rinchiusa, e – in sottofondo - il verso di uccelli, ignari della sua amara sorte. Le sembrava di vivere in un film dell’orrore. E non sapeva se sperare nel ritorno di quell’orribile uomo, nella speranza che la liberasse, o se temerlo – quel ritorno – cercando con tutte le sue forze, di ritrovare da sola, la libertà. Le sanguinavano i polsi, a forza di strattonarli, nel disperato tentativo di rendere libere le mani, e dagli angoli della bocca, le filtrava un densa bava, per via della insopportabile occlusione.
Le pareva fosse passato un tempo lunghissimo – ma sapeva essere un fenomeno prodotto dalla sofferenza – da quando quell’energumeno era entrato dal cortile retrostante la casa, e dopo aver sparato alle gambe di suo padre, riducendolo gemente a terra, sprizzante sangue, l’aveva afferrata alla vita, riempiendola di schiaffi, perché lei – divincolandosi come un’ anguilla – cercava in tutti i modi di percuoterlo e liberarsi.
Se l’era caricata in spalla come un agitato sacco, e legatala grossolanamente, l’aveva chiusa nel portabagagli della sua vecchia auto grigia, chiazzata di fango, degna automobile di tanto padrone.
Forse avevano percorso un centinaio di chilometri, forse meno. Ginevra era distrutta dalla disperazione per sé e per il padre di cui non conosceva la futura sorte. Che fosse rimasto ferito solo alle gambe? Il sangue era tanto. Che impressione! A un certo punto non aveva più gridato. Che fosse svenuto? Solo la speranza che la madre rincasasse in fretta, o almeno uno dei fratelli, la sorreggeva in quel momento. Possibile che non arrivasse nessuno? Che non avessero sentito gli spari? Chissà Ermanno come si sentirà – non potè fare a meno di pensare – tornando da Bologna e apprendendo la duplice tragica notizia. Chissà quali sensi di colpa; chissà quanto dolore. Tutto questo le passava ora per la testa, in una ridda confusa e allucinata, a cui si aggiungeva anche un rammarico di fondo, perché le sembrava che il suo tanto amato ragazzo, non avesse dimostrato il dovuto entusiasmo per la loro futura vita di studenti in “tandem”, legati al medesimo destino. Anche in un momento così drammatico, non smetteva di pensare a lui e alla loro possibilità di vita a due.
«Non fare scherzi! – le sibilò contro quell’uomo bieco, trascinandola fuori dal portabagagli – qui nessuno può soccorrerti e solo io ho potere su di te e su tutta la tua famiglia, di vita o di morte.»
«Ginevra non rispose, soffocata dall’orrore e dal ribrezzo crescente.
Se ti comporti bene, non sarai maltrattata, anche se sei stata la causa della mia rovina. Le carezze e i baci di Ermanno, ora destinati a te, sono stati un furto ai miei danni. Avessi visto come fremeva allora sotto il tocco delle mie mani…»

Puntata n. 13 - Ermanno guardava i monitor della stanza d’ospedale ove era ricoverato il papà di Ginevra. Con tutti quei bip e i ronzii sommessi che riempivano la stanza sembrava fossero quei macchinari a mantenerlo in vita. O forse era proprio così. La fucilata dello zio gli aveva troncato in due una gamba e aveva perso tanto sangue che avevano pensato che non ce l’avrebbe fatta. Il viso era pallidissimo, gli occhi perennemente chiusi, la bocca aperta ad un rantolo continuo ed indistinto e un groviglio di tubicini di plastica, di cavi e di drenaggi parevano avvilupparlo in una tela di ragno, come pasto messo in caldo per qualche creatura mostruosa e demoniaca.
Il rimorso di essere la causa di tutte quelle disgrazie stava distruggendo Ermanno. Era stato interrogato più volte dalla polizia, ma lui non lo sapeva, accidenti, dove fosse Berto, suo zio e la povera Ginevra. L’avesse saputo sarebbe andato lui per primo a salvarla e avrebbe dato finalmente una lezione a quell’esecrabile individuo, così come si sarebbe meritato.
Era tornato a Bologna, il ragazzo, per cercarlo nelle vie adiacenti al bar ove l’aveva (casualmente?) incontrato. Era tornato alla casa di Berto, da dove era fuggito era piccolo, era tornato, chissà poi perché, anche al ponte del mulino, dove tanti anni addietro, per la prima volta, le era apparsa all’improvviso, bellissima, Ginevra.
No. Non si sarebbe mai perdonato fosse successo qualcosa alla sua amata. Avesse potuto andare a ritroso nel tempo ora avrebbe trovato quel coraggio, che sempre gli era venuto a mancare, di dichiararle il suo amore; sarebbe partita con lei, lontanissimo… al diavolo l’università, al diavolo il monolocale di Bologna e tutti i problemi di un’esistenza maledettamente sbagliata sin dall’infanzia. Lei era la sola cosa pulita che gli fosse capitata e non aveva saputo gioirne abbastanza.
Nella penombra, Ermanno si accorse che stava pregando, una preghiera semplice, mormorata a fior di labbra. Anche questa gliela aveva insegnata, una mattina, Ginevra quando l’aveva accompagnata al piccolo cimitero dove riposava sua nonna cui aveva voluto tanto bene. Lei gli aveva preso le mani, le aveva appaiate palmo contro palmo, stringendole tra le sue, e aveva sussurrato con quel suo modo dolce di frapporre la punta della lingua tra le labbra:
«Ripeti con me!»
E gli aveva fatto ripetere quella preghiera antichissima che proprio sua nonna, a sua volta, le aveva fatto imparare. Una preghiera che parlava di promesse d’amore, di certi sentimenti che quando nascono sono invincibili, della forza incontenibile della bontà e della speranza.
Ermanno si sciolse in un pianto irrefrenabile, così forte che un’infermiera fu richiamata nella stanza da quel suono inusuale.
«Non sta bene?» gli chiese quella premurosa.
Ma il ragazzo non sembrò udirla. Gli frullavano confuse nella mente domande senza risposta: ‘Ma come aveva fatto a trovarlo lo zio? E perché aveva covato per così tanti anni una vendetta tanto atroce nei confronti di Ginevra e soprattutto di suo padre? Dove poteva essere Ginevra? Dove???’
«Non sta bene?» gli ripeté l’infermiera inoltrandosi nella stanza.
«Sì, sì sto bene» ripose da automa il ragazzo che si era accorto finalmente di lei «mi scusi».
«Vedrà che suo padre ce la farà… non si dia così tanta pena, ha una fibra forte».
«Ma lui non è…» Ermanno non continuò la frase «sì, la ringrazio per quello che sta facendo, sono sicuro che l’apprezzerebbe se lo sapesse».

Puntata n. 14 - «E così, mia bella Ginevra, il mio nipotino non ti aveva raccontato nulla delle nostre – ehm, ehm – estasi amorose, dei baci ardenti, di come le nostre dita (anche le sue, sai? Anche le sue piccole dita, fattesi abili e decisamente perverse…) sapessero darmi una gioia senza pari, un piacere, che solo a parlartene, mi torna tutto addosso. Anzi, facciamo una cosa, visto che sei diventata con lui una “fusione” completa, un’unità assoluta, continuiamo noi due i bei giochino amorosi. Se ti tolgo lo straccio di bocca, saprai essere ragionevole?»
Ginevra, in preda ad un parossistico terrore, ma nel contempo disperatamente risoluta a cercare di uscire da quell’incubo, annuì piano, reclinando il mento, una delle poche parti libere del suo volto, oscurato dalla benda. Ormai le mancava il respiro, non faceva che inghiottire saliva, il petto e il collo molli di bava.
«Saprai essere ragionevole e carina con me? Non è che mi piacciano troppo le donne, ma il tuo terrore mi eccita, e poi spero di trovare l’odore di Ermanno su di te…»
Con gesto brusco, le strappò il tampone dalla bocca, seguito da un rigurgito doloroso che finì in un rantolo aspro, quasi un rauco singhiozzo.
«Che schifo! Ti voglio bella per me. Ti voglio pulita. Solo l’impronta di Ermanno deve restarti addosso. Su, su da brava, andiamo al ruscello; farai tutto quello che devi, poi ti laverai per benino, e quindi…»
«Mi levi anche la benda?»
«Sì, voglio vederti e che tu mi veda e che mi guardi ovunque. Sarà un amore per interposta persona. E poi così tutto resta in famiglia, ah, ah.»
«Ora ti tolgo i lacci alle caviglie e ai polsi. Poverina, sei in carne viva! Però mi piace l’idea che tu stia soffrendo. Vorrei che anche lui, ora, soffrisse e soprattutto che ti vedesse soffrire. Oh, come lo vorrei! Questo sarebbe il massimo della mia gioia…»
«Che ne è di papà?»
«Non lo so. Lo abbiamo lasciato in un lago di sangue. Spero non gliene sia rimasto troppo in corpo. Magari a quest’ora lo avrà già perso tutto. Ciao, ciao paparino, paparino kaputt; paparino è con gli angeli.»
«Reggendola per le spalle, la condusse all’aperto, verso la riva del ruscello. Le mani di Berto erano dure e fredde come due morse d’acciaio; lo sguardo fisso dello squilibrato; il passo rapido e sicuro.»
Ginevra pensava, disperatamente, a come sfuggirgli. Indebolita da quelle ore di prigionia, non aveva speranze di salvezza. L’uomo aveva la forza del pazzo, contrapposta alla sua fragilità di ragazza, accompagnata da un terrore raggelante. Non credette ai suoi occhi, vedendo un cacciatore in bicicletta che pedalava piano verso di loro. Sembrava che l’uomo sapesse, tanta fu la rapidità con cui comprese la situazione. L’urlo forte di Ginevra nel chiedere soccorso, fu perfino superfluo, perché egli scese fulmineo dalla sella, gettò a terra il carniere che pendeva gonfio dalla sua spalla, e con un balzo, fu sotto la gola di Berto, col fucile spianato, pronto a colpire.
Contrariamente a ogni aspettativa, l’uomo si lasciò prendere con una docilità da bambino, e – con voce piagnucolosa – continuava a ripetere: «Non le ho fatto nulla, era soltanto uno scherzo, era soltanto un gioco, un gioco, un gioco…»

Puntata n. 15 - Poi Berto fece una cosa che nessuno si sarebbe aspettato: si mise a piangere come un bambino. Si nascondeva la faccia con le mani larghe e rugose, diceva frasi incomprensibili, bestemmiava, imprecando contro una non meglio precisata malasorte che gli avrebbe dato quella natura malvagia abbrutendolo e degradandolo al rango di bestia.
Ginevra si era zittita, non sapeva se avere pietà o disgusto per quell’uomo che tanto male aveva arrecato a lei, al padre e al dolce Ermanno. Ma fu il disgusto che scelse di prevalere, attanagliandole lo stomaco, con la forza dello sconforto sofferto, stemperandosi in un senso di oppressione che non la faceva però respirare. Diede così, all’improvviso, di stomaco: solo un fiotto verde, amaro come il fiele, le riempì la gola e il naso e fuoriuscì come una novella sorgente a imbrattare i ciottoli grigi del greto e i suoi vestiti oramai stracciati.
Il cacciatore era visibilmente scosso da quella scena imprevista, da quel capovolgimento di fronte, in una tensione che oramai percepiva anche dentro di sé, in ogni suo muscolo. Fece un passo verso la ragazza come per aiutarla. Ma Berto fu più svelto di lui. Lo colpì violentemente al volto con un pugno alla tempia. Il cacciatore traballò sulle ginocchia, mise un piede in fallo e cadde malamente all’indietro. Con un sol balzo, Berto gli strappò di mano il fucile e con il calcio gli assestò un colpo secco alla carotide. L’uomo sputò lontano un grumo di sangue. Avrebbe potuto sembrare anche la sua anima tanto pareva provenire dal profondo del suo corpo o la scintilla della sua vita stessa, perché un velo opaco, subito dopo, scese lento sulle sue pupille, come un sipario alla fine della rappresentazione.
Berto, senza neppure prendere la mira, con la calma di chi ha già trasmodato da tempo il limite della ragione, svuotò la doppietta sul volto del suo avversario, finché di volto non ve ne fu più.
I due colpi di fucile echeggiarono nell’aria con insistenza. Sorvolarono le cime delle betulle, accarezzarono le foglie rinsecchite delle piante del mais e scollinarono rapidi come briganti in una notte di luna piena spegnendosi contro le montagne lontane. Una poiana, sorpresa da quei due colpi sordi e prepotenti, spinse il proprio volo ancora più in alto come a voler prendere maggior distanza da tutto quell’orrore per poi sparire dietro l’ombra di una goffa nuvola di candidaovatta ; l’odore denso della polvere da sparo, come uno spirito malefico in una comunione maledetta, penetrò nelle narici di Berto e di Ginevra oramai ricomposta, ma impietrita dallo scempio cui aveva dovuto assistere.
Berto non disse più nulla, si avvicinò solo lentamente alla ragazza. E facendo finta di guardare da un’altra parte, si girò di scatto assestandole una manrovescio vigoroso tanto che un rigagnolo di sangue prese a colarle giù dal naso. Ma Ginevra, sotto la forza di quell’ennesima violenza, scosse solo un poco il viso per il contraccolpo, come se se la fosse aspettata e avesse irrigidito i muscoli del collo. Non disse nulla, né si lasciò andare al più flebile lamento. Aveva solo gli occhi sbarrati in un punto lontano a cercare una risposta a quell’abominio.
L’uomo, con il fucile sotto il braccio, s’incamminò allora verso il suo tugurio, mentre dietro di lui si accodò la ragazza ammansita, svuotata di ogni volontà e velleità di fuga. Ginevra seguiva come una condannata a morte il suo carceriere, lui che avrebbe potuto trasformarsi, da un momento all’altro, anche nel suo carnefice.
Pareva che la poiana, allontanandosi da quel luogo di morte, le avesse instillato nel cuore, dopo averlo sgombrato di ogni pensiero o ricordo, una gelida rassegnazione, togliendole persino ogni più debole speranza.

(Continua)
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BRICIOLANELLATTE © - 2010
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La storia in breve

Ermanno è un ragazzino, in fuga da uno zio perverso e violentatore, con cui vive dolorosamente, dopo la morte drammatica dei genitori. Incontra Ginevra, dolce ragazzina, sua coetanea che lo salva, portandolo a casa sua, in seno a una generosa ed ospitale famiglia. Vediamo crescere i due giovani, sani e spensierati, nonostante una breve ricomparsa dello squallido Berto, lo zio vizioso e squilibrato. Frequentano studi classici nel faentino e pensano di iscriversi all’Università a Bologna, sebbene sia Ginevra a premere con maggior insistenza per questa futura vita a due, perché Ermanno – desideroso di indipendenza, dopo aver così dovuto approfittare della generosità dei Valmarana – preferirebbe lavorare subito, senza imbarcarsi in un programma di studi lunghi e dal risultato aleatorio. Mentre si trova a Bologna, svogliatamente alla ricerca di un monolocale, viene affrontato dal malefico zio che ha aggredito il padre di Ginevra, ferendolo gravemente, e ha rapito la ragazza.
Ermanno assiste amorevolmente l’uomo che gli ha fatto le veci di padre, addolorato per l’amputazione a una gamba - conseguenza della selvaggia aggressione subita -, e si tormenta pensando alla sorte di Ginevra (ora più che mai si rende conto di amarla perdutamente!) in balia di quello squilibrato.
Ginevra, legata e bendata, in un a sordida cantina, sta soffrendo pene insostenibili. L’amore forte per Ermanno non è per lei una rivelazione, nata nel momento del pericolo: la sua è una matura consapevolezza. Riesce a sfuggire alla perversione del malefico zio, salvata da un cacciatore di passaggio.
Gli eventi precipitano: Berto uccide barbaramente il cacciatore, impossessandosi nuovamente di Ginevra, completamente ridotta in sua balia.
Ermanno decide di agire da solo, senza attendere l’operato della polizia e degli addetti ai lavori, che ritiene certamente meno coinvolti di lui al progetto di salvezza della sua amata. Si reca nella casa dello zio, alla ricerca di qualche indizio che lo porti da lui. Ritrova foto delle passate sevizie subite da quel perverso, e – in un lampo - gli appare l’immagine di quella sordida bicocca, da Berto ritenuta luogo propizio per delitti perfetti.
Raggiunge la stamberga dopo un tortuoso viaggio in auto che, prudentemente, parcheggia a qualche metro di distanza. Dapprima, spiando attraverso i vetri, armato del fucile da caccia sottratto ai Valmarana, non scorge nulla all’interno, ma in seguito vede Ginevra semisvenuta sopra un tavolaccio, insidiata da Berto. Perde il lume della ragione, sparando all’impazzata. Vede molto sangue e – dopo aver legato mani e piedi dello zio – conduce fuori Ginevra per rianimarla e ripulirla al ruscello. Quando rientra, misteriosamente Berto è scomparso.
Superato lo choc delle terribili vicende, Ermanno e Ginevra si sposano. Li incontriamo quattro anni dopo. Il loro adorato Alessandro compie tre anni, attorniato dalla tenerezza di genitori, nonni e parenti riuniti e si addormenta nel suo lettino, in mezzo ai doni ricevuti.

Primo finale: Dopo una calda notte d’amore, gli sposi vedono – attraverso la vetrata – lo sguardo bieco di Berto che li sta osservando.

Secondo finale: il folle Berto ha rapito il piccolo Alessandro

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> ultimo aggiornamento: 11 settembre 2007 <

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