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IN QUESTA SEZIONE
'PROVA D'AUTORE':
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
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Racconto lungo scritto a quattro mani in collaborazione con Gardenia.
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Puntata
n. 16 - Al
capezzale del padre di Ginevra si stavano avvicendando tutti i parenti,
dandosi il cambio, con generoso slancio. Ermanno era così accasciato
da aver perso il sonno e l’appetito. L’uomo che gli aveva
fatto da padre, avrebbe dovuto ricorrere a un arto artificiale e sarebbe
tornato a casa invalido per sempre, e della ragazza che fin dall’inizio
aveva saputo di amare, ma di cui solo ora capiva – con animo lacerato
- la vitale importanza, non si sapeva più nulla. Berto non aveva
mai dato segno di amare una donna; la sua anima di pedofilo era nota
non solo a lui, sventurato nipote, un tempo vittima di quella perversione,
in paese lo conoscevano bene, e – in passato – aveva avuto
noie anche con la legge, salvato in extremis da una testimonianza che
si era guadagnata, chissà come.
«So
bene che non dovrei abbandonarti in questo momento, e che tutti voi,
qui, avete bisogno di me, ma non posso resistere, devo andare in cerca
di Ginevra, non posso pensarla nelle mani di quel bruto efferato e senza
scrupoli, capace di odiarla proprio anche perché…»
«Perché?
Non aggiungere nuove ansie al nostro strazio, lasciando in sospeso il
tuo pensiero!»
«Sono
sfinito e depresso oltre ogni limite. Scusami. Tu qui, anche se mutilato
e sofferente, sei al sicuro. Devo andarla a cercare.»
«Collabora
con la polizia, mi sembra la cosa più saggia.»
«No,
è una resa dei conti. Lei mi ha salvato, bambino, conducendomi
da voi, sottraendomi alla brutalità di quel folle parente. Ora
tocca a me, renderle la stessa grazia. Gliela devo più di ogni
cosa al mondo.»
«Prendi
la mia auto, allora. Chiedi al maggiore dei miei figli il danaro che
ti serve, e resta in contatto costante con noi. Capisco che sei determinato
e che nulla potrebbe distoglierti da questa decisione.»
Nel
dormiveglia di una notte di luna inquietante (era lui ad essere inquieto,
o la falce stampata dentro il velluto bruno del firmamento?), attraversato
da pensieri di sconfitta, divorato da un insostenibile strazio, Ermanno
ebbe un’improvvisa illuminazione. Fu il balzo improvviso del micio
di casa che dormiva vicino a lui su una seggiola impagliata, a ricordargli
il saettare di un altro innocente gatto maculato, seviziato dallo zio.
Sì,
sì. Proprio così. Lo aveva condotto con sé in una
campagna lontana, un luogo desolato, quasi senza abitazioni. Ricordava
il volo radente di uccelli stanziali; il frinire ossessivo delle cicale
in un’alba afosa, stagnante e monocroma. Un’alba da incubo,
priva di quelle note rosee e perlate, a cui il suo sguardo di bimbo
sensibile e attento era abituato.
Erano
giunti a una sperduta bicocca, poco discosta da un rivo d’acqua
dal rapido corso. E qui il suo sadico parente aveva sparato a un innocente
gatto, crivellandolo di colpi, e poi lo aveva sezionato col suo coltellaccio,
dando evidente segno di eccitarsi alla vista di quel sangue. Che orrore
e che strazianti ricordi di sevizie poi riflesse sul suo gracile corpo
di ragazzino!
«Qui
mio padre custodiva il vino – gli aveva detto lo zio – questa
era praticamente la nostra cantina. E qui possiamo fermarci a riposare,
dopo aver sparato qualche fucilata. Ho voglia di cacciagione allo spiedo.
All’interno troveremo tutto l’occorrente. E ci sono anche
canne da pesca e quanto serve per dare una lezioncina al ruscello Se
qui uccidessimo o fossimo uccisi, nessuno si accorgerebbe di nulla;
sembra un luogo fatto a posta per i delitti perfetti.» E ghignava
nel dire questo, contento di spaventarlo, con queste fosche allusioni.
Tutto
questo, e altro ancora, ricordò Ermanno, accecato da un rinnovato
sentimento di odio e avversione.
Devo
ritrovare la strada per tornare in quel luogo – si disse, ora
completamente sveglio – prendendosi il capo fra le mani –
devo, devo, devo. Quel luogo favorevole ai delitti, come aveva sottolineato
quel suo stolto parente, doveva essere ritrovato a tutti i costi.
Chissà
quanto stava soffrendo la sua Ginevra, se ancora era in vita!
Si
vestì in fretta. Prese le chiavi dell’auto con gesto rapido
e scese in punta di piedi, per non dare altre spiegazioni alla famiglia,
che non vedeva di buon occhio una sua azione solitaria.
Puntata
n. 17 - In
poco tempo Ermanno fu a casa dello zio. Forse se avesse rovistato tra
le sue cose avrebbe trovato un indizio utile a fargli ricordare dove
fosse quel posto. Forzata una finestra si calò all’interno.
Se la ricordava più grande e più buia, quella casa. Invece
era piccola: la cucina, il bagno e la camera da letto di Berto. Lui,
fin da piccolo, aveva sempre dormito in cucina in un lettuccio scomodo
che al mattino si ripiegava e si riponeva nello sgabuzzino. E se la
ricordava anche con poca luce, mentre in realtà, dalla finestra
che dava sulla valle, entrava il sole del mattino disegnando un fascio
di raggi quasi palpabili che si sarebbero detti l’ingresso di
un luogo di fiaba.
La
sensazione di trovarsi lì era molto strana. Provava profonda
angoscia, ma anche un senso di liberazione, di crescita morale, di riconquista
della propria dignità. Era un uomo ormai e possedeva tutti gli
strumenti intellettuali per dominare paure e sofferenze.
Avrebbe
voluto un caffè, ma la cucina, come il resto della casa, sembrava
abbandonata.
Ermanno,
non volle perdere tempo, si mise a cercare, per ogni dove: nel comò,
nella dispensa, in soffitta. Niente. Ovunque solo un gran disordine,
polvere e sporcizia. Aprendo di scatto uno sgabuzzino, spaventò
persino un topo che, con pochi balzi, fu già sul trave annerito
del soffitto.
Stava
cominciando a disperare. Si sedette un poco, sulla sedia dello zio,
nella sua camera: doveva riflettere. Con un lamento sordo la sedia,
prima dondolò, poi, senza dargli il tempo di reagire, si sgangherò
sfondandosi. Ermanno rovinò a terra battendo la testa e forse
perse i sensi.
Se
ne stette disteso così, qualche minuto. Riprendendosi, da quella
posizione, intravide che sotto il letto dello zio c’era qualcosa:
una grossa scatola. Aveva un’aria sinistra. Qualcosa gli diceva
di non prenderla. Tentennò infatti, ma scrollando le spalle,
come per gettar lontano quello sgradevole presentimento, allungò
la mano e la trasse a sé. Sollevò il coperchio grigio
di polvere.
Era
ricolma di foto. Erano tutte le foto che lo zio gli aveva scattato quando
abusava di lui. Probabilmente aveva usato l’autoscatto, tanto
che lui, bambino, non si era accorto mai di nulla. Erano centinaia di
foto. Terribili, disumane, disgustose. Tutto l’orrore che in quegli
anni era riuscito a farsi scivolare addosso, fingendo che non fosse
successo niente, gli si rovesciò nuovamente attraverso gli occhi
ad infangargli il cuore e confondergli la mente. Era tutto reale dunque,
tutto documentato. Le posizioni, la lascivia, la perversione. Frammenti
di ricordi rimossi che pensava di aver solo sognato, erano i tasselli
di un mosaico crudo e reale. Era vero fin nei minimi particolari, scolpito
con immagini di fuoco sulla sua carne, un marchio indelebile.
Ermanno,
che era ancora seduto per terra, appoggiò la schiena alla parete.
Gli girava vorticosamente la testa. Non riusciva a piangere. Gli occhi
erano asciutti e secca era la gola.
Poi
gli passò per la mente un’idea terribile: di farla finita.
Che senso aveva vivere condannato per sempre ad avere negli occhi quelle
scene che gli avrebbero ricordato per sempre quello che era stato: un
giocattolo nella mani sadiche dello zio, uno strumento di piacere delle
sue più basse voglie morbose. Sì, forse era venuto il
momento di prender coscienza di tutto questo e di farla finita.
Ma
poi pensò alla sua Ginevra, pensò che, se non fosse andata
a cercarla, sarebbe stata l’ennesima vittima di quel pazzo. Pensò
a tutta la felicità che lei le aveva donato. Alla fiducia salvifica
che le aveva comunicato quando per la prima volta, in casa sua, gli
prese la mano. A quell’amore tenero che sentiva in boccio. E l’idea
di morte, piano piano, sembrò stemperarsi, si diluì fino
a svanire.
Poi
nel cumulo delle foto, ne scorse una, più grande. La tirò
fuori. Era la foto di quel posto, quello favorevole ai delitti. La fotografia
gliela aveva scattata Berto, accanto a lui c’era ancora il gatto.
Sul fondo, a sinistra, sulla collina, una chiesetta.
Ermanno
chiuse gli occhi. L’aveva riconosciuta. Ora sapeva dov’era
Ginevra.
Puntata
n. 18 - Ricordava
perfettamente il primo tratto del tragitto per raggiungere quella sordida
bicocca – Ermanno – ma conservava qualche dubbio riguardo
alla parte finale del percorso, quando si giungeva al limitare di un
impervio boschetto che terminava in un bivio. Gli pareva che Berto stesso,
lì giunto, avesse avuto in passato qualche perplessità.
Gli ostacoli, comunque, andavano superati uno alla volta, conglobare
le angosce a cosa l’avrebbe portato? A nuovi soprassalti di quell’istinto
suicida che può mettere radici nel cuore di chiunque si senta
sopraffatto da insostenibili dolori. E questo non avrebbe aiutato Ginevra;
anzi sarebbe stato come firmare la sua condanna a morte.
Guidava
veloce, ma senza imprudenze, con la cautela di certe madri in attesa,
che non si espongono a rischi per non mettere a repentaglio la vita
del nascituro, consapevole della responsabilità che aveva nei
confronti della donna amata e – quando avrebbe potuto farlo -,
mai sufficientemente rassicurata, anche lui non troppo diverso dalla
maggioranza degli uomini, spesso timorosi di abbandonarsi ad un sentimento
d’amore e spesso inclini a provare attrazione per «la donna
che non c’è.»
Arrivò
al temuto bivio, e si accorse che spesso dipingiamo il diavolo più
brutto della realtà; infatti infilò la direzione giusta,
istintivamente, protetto dal santo che veglia sui disperati.
Parcheggiò
a duecento metri dalla bicocca, per prudenza, estraendo dall’auto
il fucile da caccia, con proiettile in canna, del padre di Ginevra,
che aveva sottratto, furtivamente dalla rastrelliera, prima di partire
dalla casa dei Valmarana.
Camminò
con estrema cautela, soffocando la voglia impetuosa di correre che gli
pulsava dentro, con la sensazione di avere il cuore in gola e dentro
la testa, quasi fosse un’assordante campana. Quieti uccelli posati
sui rami degli alberi, si levarono in volo, con rapido frullo d’ali,
al suo passaggio; una lucertola gli sgusciò sotto una scarpa,
dirigendosi verso la riva del ruscello, in cui si rifletteva l’antracite
di un cielo scuro, prossimo alla pioggia.
Ormai
era al limitare della stamberga. Si chinò, quasi strisciando
a terra, sempre tenendo stretta contro il petto l’arma da caccia
che aveva sottratto in casa. Finalmente giunto sotto la finestra, guardò
all’interno, diviso equamente tra angoscia e speranza. In cuor
suo non aveva mai smesso di sperare, pur nella consapevolezza dei mortali
rischi cui la donna amata era stata esposta dalle perversioni dello
zio.
Gli
parve di non vedere nulla, come se la casa fosse disabitata, sepolta
in un silenzio di tomba. Gli parve che mancasse quel lurido tavolaccio,
un tempo al centro, su cui lo zio lo aveva spesso coricato, in quegli
anni orribili del suo martirio.
Dov’era
finito?
Ecco,
era spostato di lato, verso sinistra.
E
sopra?
Sopra
giaceva Ginevra, mani e polsi legati, busto denudato, volto di cera,
sbiancato da un pallore di morte, la bocca afflosciata come un fiore
stanco, lo sguardo assente, come se nulla vedesse davanti a sé.
E
Berto, riverso su di lei, vellicava, con la sua lurida lingua, la tenera
seta di quei piccoli seni, lordandoli con la sua perversione.
Puntata
n. 19 - Ermanno
sentì una vampata di calore al viso, la vista gli si annebbiò.
Cominciò a tremare tanto da non riuscire quasi a tener in mano
il fucile. Ma lo alzò ugualmente. Sparò attraverso la
finestra, sparò più volte. All’interno della casa,
quello che prima erano figure nitide diventarono solo ombre, che si
mossero rapide, concitate, emettendo suoni indistinti, gravi. Forse
qualcuno urlò. Al ragazzo cadde il fucile. In un attimo capì
che in quel modo poteva anche aver colpito Ginevra. Andò alla
porta e con poche spallate la buttò giù tanto era mal
ridotta. Nella stanza un odore denso, una puzza di sudore rancido. E
sul tavolaccio non c’erano né Ginevra, né Berto,
solo sangue.
Poi guardò meglio, Ermanno, e appoggiato a degli stracci, come
una marionetta i cui fili erano stati recisi, era disteso supino lo
zio, la faccia inondata di sangue, le braccia larghe in una resa senza
condizioni. Ginevra era poco distante, riversa da un lato. La soccorse.
Il corpo era pieno di lividi, escoriazioni che solcavano la sua pelle
piena di sole. Baciò avidamente le mani sentendo ancora tutto
il profumo della sua amata che tante volte l’aveva turbato. Le
coprì il seno che lei era ancora svenuta. Cercò di asciugarla
della saliva di quello schifoso e più cercava di toglierla e
più sembrava persistere appiccicosa come schiuma immonda. Decise
che sarebbe stata meglio lavarla al ruscello. Trascinò allora
lo zio, ancora vivo anche se respirava a fatica. Lo fece sedere alla
base del trave che, al centro della stanza, teneva su la bicocca. Lo
mise in ginocchio, le caviglie e i polsi legati con un fil di ferro
trovato sul camino, mentre assicurò il collo al trave stringendolo
con la sua cinghia di pelle. Strinse Ermanno, strinse forte. La lingua
dello zio rigonfia e rasposa non riusciva più a rimanergli in
bocca e gli occhi si stavano iniettando di sangue. Non riusciva a parlare
lo zio, anche se era rinvenuto e stava cercando di divincolarsi. Ma
più si muoveva e più i lacci di ferro gli entravano nella
carne.
Ermanno alzò delicatamente Ginevra e la portò fuori. Sentendo
il fresco dell’aria la ragazza si riebbe di colpo, nei suoi occhi
lo choc dei momenti terribili appena trascorsi tanto che, non riconoscendo
il suo amato, cercò di colpirlo con le sue mani semichiuse a
pugno. Lo percosse all’impazzata, con la disperazione nel cuore
alla ricerca di una via estrema di fuga. Ermanno la strinse a sé
in un abbraccio forte e passionale. Le baciò le guance, gli occhi,
le labbra aperte di chi vuole solo urlare. E piano piano, come se l’amore
potesse tutto accettare e tutto comprendere, le trasmise serenità,
fiducia, sì che lei si calmò abbandonandosi tra le sue
braccia.
Poi Ermanno la sospinse lentamente verso il ruscello. Erano solo cento
metri, ma ci impiegarono molto tempo ad arrivare fin là. Inorridì
il ragazzo a vedere come era stato ridotto il cacciatore. Le mosche
si stavano già spartendo quello che restava del suo cervello
disperso sui sassi e sull’erba.
Poi fatta sedere Ginevra su di un masso, prese il proprio fazzoletto
e cominciò a nettare le sue ferite, le sue lordure, le sue sofferenze.
Ad ogni passaggio di panno bagnato era come se una parte di quell’incubo
di sciogliesse nella cura e nell’attenzione che Ermanno riponeva
in quei gesti. Le diede anche un po’ da bere e poi l’abbracciò
ancora perché lui non ci credeva di averla lì, sana e
salva.
E il ragazzo si stava già chiedendo cosa fare dello zio. Se ucciderlo
o consegnarlo alla Polizia. Forse se lo avesse ucciso, come meritava,
sarebbe riuscito ad affrancarsi definitivamente dal suo passato. Sarebbe
diventato davvero un uomo e avrebbe potuto guardare negli occhi la sua
donna senza vergogna e senza soggezione. Ma avrebbe anche dimostrato
che non sarebbe stato in definitiva meglio di lui.
Tornarono alla bicocca. Ci tornarono in silenzio, con le idee confuse
e soprattutto con una grande stanchezza nel corpo.
Giunti alla porta. Ermanno fece segno a Ginevra di aspettare lì.
Il ragazzo entrò con circospezione come se si aspettasse un agguato.
Ma la stanza era completamente vuota. I fili di ferro erano in terra,
così come la sua cinghia, tagliata a metà, e lorda di
sangue.
Puntata
n. 20 - Quattro
anni dopo
La
risata del piccolo Alessandro, risuonando per tutto il salotto, sembrava
creare note simpatiche in suppellettili, tazze e bicchieri, ma soprattutto
in quelle provocate – a macchia d’olio – in tutto
il parentado raccolto attorno a lui, per la festa del suo terzo compleanno.
Nei
suoi occhi, visitati dalla gioia, alla vista di tanti bei doni, brillava
il lampo grigio chiaro dello sguardo materno, anche se, visto di profilo,
assomigliava molto al padre, di cui aveva ereditato, un piccolo tic
nell’arricciare, in maniera impercettibile, il nasino di bimbo
allevato in un clima di coccole – troppe coccole – e felicità.
I
suoi genitori si erano sposati quasi subito, appena trascorso il tempo
di rimettersi dalle violenze e dallo choc subiti. Era stata dura riuscire
a convincere polizia e magistrati, rendendo credibile la rocambolesca
scomparsa di Berto, soprattutto con il gran sangue sparso ovunque e
la descrizione dei polsi e caviglie legati.
Evidentemente,
la fretta, la tensione sovrumana del momento, avevano reso Ermanno meno
abile nell’effettuare legature d’emergenza, nell’immobilizzare
quel folle.
Era
scomparso nel nulla come un incubo malsano; non valeva dunque più
nemmeno la pena di pensarci e di parlarne.
In
quel pomeriggio di festa, si sentivano le voci gioiose degli adulti,
mescolarsi, in dispari concerto, a quelle acute dei bambini. C’erano
doni di ogni specie per tutti. I generosi Valmarana avevano organizzato
un compleanno generale, tanta era la felicità di ritrovarsi così
tutti assieme. Ed ogni pretesto era buono, ai loro occhi, per festeggiare,
tanto più che il padre di Ginevra aveva riacquistato una buona
indipendenza con l’arto artificiale, e non si era depresso, contrariamente
alle nere ed attendibili previsioni.
Dopo
mezzanotte, si spensero tutte le luci. L’indomani la grassa Amelia,
(dotata di un cospicuo derrière, e in proposito, all’impertinente
Ginevra, nel chiacchierare fitto con il suo adorato marito, piaceva
creare familiari calembour, raffrontandola alla baudelairiana servante
au grand coeur: Se là c’è il cuore – diceva
- qui c’è il culo…) la fidata governante, avrebbe
rimesso tutto in ordine, solerte come sempre.
Alessandro
dormiva già beatamente nel suo lettino, cosparso di automobiline
che cadevano a terra, ad ogni suo rivoltarsi fra le lenzuola, spaventando
il saggio Gonzales che dormiva poco discosto, ormai avanti negli anni,
in una imbottita cesta di vimini.
La
bella silhouette di Ginevra era valorizzata da una corta camicia di
candido cotone, che sfiorava appena la curva dolce del suo corpo, ingentilito
dalla maternità.
Gli
sposi si abbracciarono, nel loro grande letto, con un fuoco che la consuetudine
coniugale non aveva ancora placato, incuriositi e creativi sempre nel
pensare nuovi giochi amorosi, di cui ora siamo indiscreti voyeur…Nel
voltarsi verso la vetrata, quella che dava sul giardino, videro un’ombra
indistinta che pian piano prese netto corpo. Nel buio della notte, brillavano
feroci di mania, gli occhi implacabili di Berto.
Secondo
finale
Si addormentarono
stretti stretti l’uno all’altra, quegli sposi resi esausti
dal loro vigore amoroso. Dopo ore di sonno, credettero di udire, nel
dormiveglia dell’incipiente mattino, un tonfo sordo, un rumore
indistinto.
Rapidi,
in simultanea, corsero nella cameretta di Alessandro.
Nel
letto sfatto si vedeva solo il luccicare delle automobiline.
L’adorato
bambino era scomparso.
(Fine)
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BRICIOLANELLATTE © - 2010
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La
storia in breve
Ermanno
è un ragazzino, in fuga da uno zio perverso e violentatore, con
cui vive dolorosamente, dopo la morte drammatica dei genitori. Incontra
Ginevra, dolce ragazzina, sua coetanea che lo salva, portandolo a casa
sua, in seno a una generosa ed ospitale famiglia. Vediamo crescere i
due giovani, sani e spensierati, nonostante una breve ricomparsa dello
squallido Berto, lo zio vizioso e squilibrato. Frequentano studi classici
nel faentino e pensano di iscriversi all’Università a Bologna,
sebbene sia Ginevra a premere con maggior insistenza per questa futura
vita a due, perché Ermanno – desideroso di indipendenza,
dopo aver così dovuto approfittare della generosità dei
Valmarana – preferirebbe lavorare subito, senza imbarcarsi in
un programma di studi lunghi e dal risultato aleatorio. Mentre si trova
a Bologna, svogliatamente alla ricerca di un monolocale, viene affrontato
dal malefico zio che ha aggredito il padre di Ginevra, ferendolo gravemente,
e ha rapito la ragazza.
Ermanno
assiste amorevolmente l’uomo che gli ha fatto le veci di padre,
addolorato per l’amputazione a una gamba - conseguenza della selvaggia
aggressione subita -, e si tormenta pensando alla sorte di Ginevra (ora
più che mai si rende conto di amarla perdutamente!) in balia
di quello squilibrato.
Ginevra,
legata e bendata, in un a sordida cantina, sta soffrendo pene insostenibili.
L’amore forte per Ermanno non è per lei una rivelazione,
nata nel momento del pericolo: la sua è una matura consapevolezza.
Riesce a sfuggire alla perversione del malefico zio, salvata da un cacciatore
di passaggio.
Gli
eventi precipitano: Berto uccide barbaramente il cacciatore, impossessandosi
nuovamente di Ginevra, completamente ridotta in sua balia.
Ermanno
decide di agire da solo, senza attendere l’operato della polizia
e degli addetti ai lavori, che ritiene certamente meno coinvolti di
lui al progetto di salvezza della sua amata. Si reca nella casa dello
zio, alla ricerca di qualche indizio che lo porti da lui. Ritrova foto
delle passate sevizie subite da quel perverso, e – in un lampo
- gli appare l’immagine di quella sordida bicocca, da Berto ritenuta
luogo propizio per delitti perfetti.
Raggiunge
la stamberga dopo un tortuoso viaggio in auto che, prudentemente, parcheggia
a qualche metro di distanza. Dapprima, spiando attraverso i vetri, armato
del fucile da caccia sottratto ai Valmarana, non scorge nulla all’interno,
ma in seguito vede Ginevra semisvenuta sopra un tavolaccio, insidiata
da Berto. Perde il lume della ragione, sparando all’impazzata.
Vede molto sangue e – dopo aver legato mani e piedi dello zio
– conduce fuori Ginevra per rianimarla e ripulirla al ruscello.
Quando rientra, misteriosamente Berto è scomparso.
Superato
lo choc delle terribili vicende, Ermanno e Ginevra si sposano. Li incontriamo
quattro anni dopo. Il loro adorato Alessandro compie tre anni, attorniato
dalla tenerezza di genitori, nonni e parenti riuniti e si addormenta
nel suo lettino, in mezzo ai doni ricevuti.
Primo
finale: Dopo una calda notte d’amore, gli sposi vedono –
attraverso la vetrata – lo sguardo bieco di Berto che li sta osservando.
Secondo
finale: il folle Berto ha rapito il piccolo Alessandro |